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 <title>Bilanci Comunali News Feed</title>
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 <description>Bilanci Comunali News Feed</description>
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   <id>10</id>
   <title>Tartuficoltura - origini</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590416524_228734.jpg</image>
   <description>Le origini della tartuficoltura paiono risalire ai primi anni del 1800, quando il contadino francese Joseph Talon di Croagnes. Per rimboschire il suo terreno, aveva usato ghiande, scoprendo, qualche anno pi&#249; tardi, la presenza dei tartufi sotto le giovani querce. Intuendo che tra il rimboschimeno e la nascita dei tartufi ci doveva essere un collegamento, tent&#242; altre prove, arrivando alla dimostrazione che il fatto non era casuale. Pare poi che un suo cugino venne a conoscenza della cosa, forse a causa della improvvisa agiatezza del parente, arrivandone a scoprire il motivo. Quest'ultimo non fu per&#242; cos&#236; parco di informazioni, e ben presto rese la cosa di dominio pubblico, tanto che molti agricoltori iniziarono a produrre tartufi seminando ghiande.

Dal dipartimento di Vaucluse, dove tutto questo ebbe inizio, e che vide un profondo rimboschimento a base di querce, la tartuficoltura prese piede in altre zone, grazie anche al mercante August Rousseau, che ne port&#242; alcuni esemplari a Parigi, vincendo l'Esposizione Universale del 1855. Da l&#236;, ci fu una vera e propria "esplosione da tartufo", tanto che il rimboschimento con ghiande venne fatto oggetto di provvedimenti amministrativi, e nei decenni seguenti furono scritti innumerevoli manuali riguardanti la questione, alcuni dei quali ancora oggi contengono nozioni importanti per gestire una tartufaia, come quello scritto da De Bosredon, nel 1887. In settanta dipartimenti, venivano prodotti circa 1500-2000 tonnellate di tartufi l'anno. Tutto questo, dopo che per decenni la Francia aveva esportato tartufi da Italia e Spagna.

In seguito, con l'avvento delle due guerre mondiali e il relativo abbandono delle campagne e del cambiamento dell'economia rurale, la produzione di tartufi ha subito un notevole arresto. Il livello di crisi era tale che la produzione si attestava, nel 1970, intorno alle 50-90 tonnellate, con una necessit&#224; di mercato che arrivava a richiedere circa 500 (cifra che poteva facilmente aumentare con un po' di pubblicit&#224; mirata). A questo punto storico, comunque, l'arte della gestione della tartuficoltura si era sparsa in vari paesi, migliorando la sua resa grazie al crescente apporto della scienza.

Negli ultimi decenni, si &#232; assistito poi a una fase di stasi, nonostante i periodici inviti verso questa redditizia attivit&#224;. Solo enti pubblici o grandi aziende paiono essersi interessate alla tartuficoltura, da cui i piccoli-medi proprietari terrieri si sono tenuti alla larga. Eppure, oggi, grazie alla consapevolezza che il tartufo &#232; un corpo fruttifero sotterraneo di un fungo, legato al fenomeno della micorrizia, alla conoscenza di quest'ultima e all'imponente progresso scientifico, la tartuficoltura lascia ben poco spazio al caso, e potrebbe essere un'attivit&#224; molto redditizia, anche per piccoli imprenditori, che talvolta potrebbero perfino usufruire di sovvenzioni regionali.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 29 Oct 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>11</id>
   <title>Animali da tartufo</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Nell&amp;amp;#39;antichit&#224; il cane era un animale da caccia e quasi del tutto relegato a questa attivit&#224;, mentre per la ricerca dei tartufi venivano impiegati altri animali. Principalmente il maiale era l&amp;amp;#39;animale a cui spettava questo compito, con una predilezione per le scrofe, attirate da un ormone maschile presente nel tartufo, di cui anche altre bestie sono ghiotte, come il cinghiale. Altri erano gli aiutanti dei ricercatori di tartufi, basti pensare che in Russia si usavano addirittura gli orsi. Oggi, invece, &#232; il cane a farla da padrone in questo ruolo, anche se in alcune zone della Francia, alcuni utilizzano ancora il maiale.    

La selezione canina e gli accoppiamenti mirati hanno portato a un gran numero di razze, spesso premiando l&amp;amp;#39;aspetto fisico, la mera estetica, sulle altre caratteristiche, come intelligenza , olfatto, temperamento e carattere. Ma per un tartufaio, il miglior cane rimane quello da caccia, che essenzialmente si distinguono in galoppatori e trottatori, anche se alcune peculiarit&#224; di questa tipologia canina possono diventare controproducenti.

Tra i galoppatori troviamo il pointer, il bracco tedesco e varie razze di setter, la cui caratteristica principale &#232; ovviamente quella di essere ottimi corridori, tanto che frenarne la volont&#224; e l&amp;amp;#39;istinto alla corsa possono diventare un problema per il tartufai che dovr&#224; addestrarli e in seguito servirsene. Capita infatti di incontrare tartufai che appesantiscono i loro galoppatori con grosse e lunghe catene o pezzi di bastone legati ai collari per fiaccarne la velocit&#224;. Ci si ritrova in pratica a usare una macchina da corsa per muoversi in ambiente cittadino, possibile ma forse non la soluzione migliore. Indispensabile in questi casi che il cane esegua il comando &amp;amp;quot;terra&amp;amp;quot; (che spinge l&amp;amp;#39;animale a calmarsi e non allontanarsi dal tartufaio) alla perfezione.

Una scelta pi&#249; ragionata potrebbe quindi ricadere su un trottatore, tra cui troviamo gli spinoni e i bracchi italiani. Se anche in questi cani l&amp;amp;#39;istinto al movimento e alla corsa &#232; innato, si rivelano essere pi&#249; misurati, prudenti e calmi, perfetti quindi per il tartufaio in cerca dei suoi tesori. In grado di adattarsi a qualsiasi terreno, si legano facilmente al proprio conduttore, diventando ottimi compagni. Ogni razza ha il suo cane eccellente, e in questo caso troviamo cocker, lagotto, grifone, springer, terrier di varie specie.

Molte razze e incroci possono adattarsi alle necessit&#224; di un tartufaio; tra gli incroci di prima generazione pi&#249; effettuati (e spesso pi&#249; efficienti per quanto riguarda la caccia al tartufo), ci sono spinone-pointer, spinone-bracco tedesco, pointer-bracco tedesco, terrier-grifone, labrador-pointer, labrador-spinone, cocker-pointer e altri ancora. Insomma, trovare il compagno perfetto per la caccia al tartufo non &#232; certo difficile, viste le numerose possibilit&#224;, ma un minimo di ricerca e studio possono portare alla scelta personale migliore per il tartufaio, che si avvicina per la prima volta a questa attivit&#224;... o che vuole migliorare i suoi risultati.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Tue, 30 Oct 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>12</id>
   <title>Tuber aestivum Vitt.</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590502022_596175.jpg</image>
   <description>Il Tuber aestivum Vitt. &#232; il nome con cui &#232; universalmente conosciuto questo tartufo, ma sarebbe meglio preferirgli il binomio Tuber Blotii. Chiamato colloquialmente tartufo nero d'estate, maggengo, scorzone o statareccio, &#232; la specie pi&#249; diffusa e comune nel nostro paese. In genere &#232; ben poco stimato a causa della carne tigliosa e l'odore un po' terroso, per questo rientra perci&#242; nel novero dei tartufi pi&#249; economici. Se in Italia la vendita ne &#232; consentita anche come prodotto conservato, in Francia, anche in passato, veniva escluso da alcuni formati commerciali.

Il corpo fruttifero si presenta sferoidale o difforme, con dimensioni medie pari a quelle di un mandarino e spesso perfino pi&#249; grandi. Il peridio &#232; bruno-nerastro o del tutto nero, coperto da verruche poligonali (di 5-7 mm ai lati), che risultano spesso grossolane e in rilievo (con un larghezza da 3 a 12 mm), con striature caratteristiche e spigoli fessurati. L gleba passa da tonalit&#224; biancastre a brune con venature lattiginose. Le spore sono gialle o bruno pallido e subglobose, con reticoli irregolari e presenti negli aschi in numero da 1 a 4 (pi&#249; raramente 6). L'odore &#232; terroso e debole, e a piena maturit&#224; acquista una lieve fragranza sulfurea.

Oltre che in Italia, questo tartufo &#232; la specie pi&#249; presente in Europa, infatti la sua presenza &#232; stata riscontrata in numerosissimi paesi, dal Portogallo alla Russia, dall'Olanda e l'area baltica all'Italia e la Spagna, fino ad Ungheria e Bulgaria, e diversi altri. Alcuni esemplari sono stati ritrovati perfino in Algeria. Le piante con cui vive in simbiosi sono pi&#249; frequentemente querce, faggi, pioppi, noccioli, betulle, castagni, pini e carpini. Il suo ciclo di crescita copre tutto l'anno, con la maturazione che predilige i mesi da maggio a settembre. Visto la scarsa considerazione che si ha di questo tartufo, in genere non viene coltivato artificialmente, preferendogli specie di maggior pregio.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Wed, 31 Oct 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>13</id>
   <title>Tuber brumale Vitt</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590506632_504031.jpg</image>
   <description>Oggi parliamo di un tartufo la cui qualit&#224; buona ma non eccelsa ha finito per relegarlo un po&amp;amp;#39; a un ruolo di sottofondo, rispetto a molti suoi &amp;amp;quot;fratelli&amp;amp;quot; pi&#249; conosciuti. Parliamo del tartufo nero d&amp;amp;#39;inverno, o trifola nera, nella sua variet&#224; moschatum Ferry. Si tratta di un tartufo moscato di minor pregio, anche a causa del suo odore leggero e non  particolarmente gradevole. Infatti, spesso un modo di presentarlo &#232; mischiandolo al Tuber nigrum, dall&amp;amp;#39;odore molto pi&#249; forte che ne confonde il suo, e le cui spore sono visivamente simili, anche se dal colore meno intenso.

I corpi fruttiferi di questo tartufo sono di dimensioni contenute, in genere dalla grandezza di una noce a quella di un albicocca o poco pi&#249; (di solito inferiore al nigrum). Le verruche presenti sulla sua superficie sono piccole (da 1 a 3 millimetri di lato), con venature ben visibili. L&amp;amp;#39;odore, come detto in precedenza, non spicca per avere una buona fragranza, e potrebbe accostarsi a quello delle arance ammuffite, dolciastro e insinuante. A livello microscopico, le spore sono abbastanza chiare rispetto al nigrum, con aculei un poco pi&#249; lunghi, e gli aschi ne contengono un numero variabile da 3 a 6. La gleba del moschatum ha un colore accentuatamente grigio, soprattutto dal momento della sua completa maturazione.

Le aree in cui possiamo trovare questo tartufo in crescita spontanea sono simili a quelle del pi&#249; pregiato nigrum, ovvero quella fascia europea che passa dal Portogallo all&amp;amp;#39;Ungheria, e tra la Germania (Baden) e l&amp;amp;#39;Italia, in territori in cui &#232; presente un maggior contenuto di humus. La sua simbiosi micotica, che da il via alla micorriza, si sviluppa soprattutto con noccioli non potati e assolati o in fase di declino, ma anche con querce e faggi, che ne sostengono la crescita. La maturazione va dal periodo tra novembre e marzo (tutto il mese), mentre la coltivazione a causa delle sue caratteristiche non prestigiose non viene attuata.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Thu, 01 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>14</id>
   <title>Tartuficoltura e scelta delle piante</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590415722_811294.jpg</image>
   <description>La tartuficoltura coinvolge in primo luogo e come atto fondamentale la coltivazione di una pianta, il cui apparato radicale &#232; infettato dalla micorriza del tartufo; si definisce tartufiera questa pianta. Solo per&#242; con un'adeguata coltivazione la pianta entrer&#224; in produzione (diventando tartufigena.

Dai tempi della coltivazione a ghianda di Talon (LINK STORIA) sono cambiate moltissime cose e diversi metodi sono oggi utilizzati dai tartuficoltori per coltivare le piante necessarie alla produzione di tartufo, anche se, anche ai nostri tempi, la quercia (LINK TIPI) &#232; ancora l'albero preferito per questa attivit&#224; agricola.

Partendo dal presupposto di avere un terreno adeguato alla sviluppo di una pianta predisposta alla tartuficoltura, la prima scelta in cui incorre un tartuficoltore &#232; se produrre in proprio le piante, con metodi gi&#224; sperimentati, o comprarne esemplari gi&#224; infetti da micorriza.

Se si scelgono di comprare gli esemplari, l'ovvio vantaggio sar&#224; quello di avere materiale di partenza di buona qualit&#224; e sufficientemente garantito con cui lavorare. Si tratter&#224; di piante valide dal punto di vista dell'economia forestale, e legati alle specie di tartufo pi&#249; pregiate. Do contro, &#232; ovvio che il prezzo per queste piante sar&#224; ben pi&#249; elevato, aumentando sensibilmente la cifra d'investimento iniziale. Diversi sono i produttori e i rivenditori di piante micorrizzate, che appunto vendono ben cari i loro prodotti. In genere si tratta di Roverella o Nocciolo in micorriza con il Tuber nigrum, ma se ne possono trovare facilmente anche Roveri, Pioppi o Salici micorrizati dal Tuber magnatum.

Il limite del precedente approccio riguarda il fatto che in commercio si trova solo una piccola selezione di piante tartufiere e quindi con una variet&#224; di tartufi prodotti non molto variegata. Se si &#232; in cerca di qualcosa di pi&#249; familiare (anche come mole di produzione), si pu&#242; ricorrere alla produzione in proprio di piante tartufiere alternative. In questo modo la tartuficoltura &#232; possibile anche in appezzamenti di terreno piccoli, addirittura anche in orti di casa o giardini. In questi casi, anche produrre tartufi di qualit&#224; inferiore a quella richiesta dal commercio non sarebbe un problema, soprattutto per l'uso domestico che ne verr&#224; fatto in seguito.

Si deve comunque tenere a mente che la produzione di querce tartufiere non &#232; certo semplice e dovrebbe essere eseguita da persone preparate e in possesso dell'attrezzatura necessaria.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Fri, 02 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>15</id>
   <title>Trattare con il cane: consigli generali</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Rapportarsi a un cane non &#232; sempre facile, non basta certo amarlo per trattarlo bene, &#232; importante invece riconoscere i limiti e le caratteristiche della personalit&#224; del nostro animale. Il primo e pi&#249; comune errore &#232; quello di trattare il cane come uno di noi, magari come un bambino, invece di rispettare e comprendere la sua natura animale. Per quanto intelligente o acuto un cane non avr&#224;, ad esempio, senso del bene o del male, n&amp;amp;eacute; il concetto di giusto o sbagliato, anche se con l&amp;amp;#39;addestramento potr&#224; arrivare ad evitare alcuni comportamenti, questi non avranno comunque una definizione morale per lui. La nostra indifferenza difficilmente lo scompone, e non arriva a provare comprensione per i nostri affanni, ma lo stesso mostrer&#224; sensibilit&#224; ai nostri stati fortemente alterati, ad esempio dalla collera, ma per puro istinto.

Se a volte ci danno l&amp;amp;#39;idea di comprendere le nostre parole, beh, non &#232; cos&#236;, ma intuiscono il tono di queste parole e il nostro comportamento ad esse associato, per questo reagiscono di conseguenza. Dove l&amp;amp;#39;uomo ha il dono della parola e del ragionamento, con cui pu&#242; comprendersi tra simili, per fare lo stesso tra loro i cani usano i movimenti del corpo, delle orecchie, della coda, il fiuto e la voce. Proprio attraverso i suoi movimenti anche noi possiamo comprenderlo, perch&amp;amp;eacute; questi sono segnali, richieste, motivi di affetto, denunce di stati fisici o mentali, dimostrazioni di paura, sottomissione, compiacimento e finanche aggressivit&#224;. Questo del cane dobbiamo imparare a conoscere, per crescerlo e accudirlo al meglio ed istaurarci un solido rapporto di collaborazione e amicizia.

Da cucciolo creder&#224; di avere a che fare con membri del branco, suoi simili e pari, per questo &#232; importante fin da subito istaurare una gerarchia di comando. Per il cucciolo, quello che &#232; del suo padrone &#232; suo per naturale propriet&#224; transitiva, per questo uriner&#224; per marcare il suo (vostro) territorio, difender&#224; ci&#242; che ritiene suo e avr&#224; simili comportamenti, senza alcuna malizia. Per questo &#232; importante comprenderlo, cercando di non perdere la pazienza se tiene comportamenti dannosi per la propriet&#224; e ci&#242; che lo circonda, ma allo stesso tempo il padrone dovr&#224; imporsi su di lui, per evitare simili episodi e per iniziare a sottolineare chi &#232; il capo branco.

Stabilire chi &#232; al comando &#232; un&amp;amp;#39;operazione che va fatta con determinazione, a volte anche in modo fisico ma non violento, e deve seguire un percorso graduale, che richiede pazienza da entrambe le parti. L&amp;amp;#39;obbedienza in un cane &#232; naturale e utile in contesto domestico, ma diventa la base fondamentale se si vuole crescere un cacciatore di tartufi.

 
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Mon, 05 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>16</id>
   <title>Educazione del cane</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Iniziamo dicendo che i metodi coercitivi per educare e istruire il cane sono da evitarsi nella maniera pi&#249; assoluta. In primo luogo perch&amp;amp;eacute; imporsi su un altro essere vivente con la forza non &#232; mai il modo giusto di fare le cose, e questo &#232; vero soprattutto riguardo ai cani. La sensibilit&#224; spiccata di questi animali fa si che metodi da &amp;amp;quot;frusta e bastone&amp;amp;quot; finiscano pi&#249; spesso a creare traumi irreparabili, portando il cane ad essere pi&#249; titubante, indeciso e psicologicamente debole, del buon e fedele cacciatore di tartufi di cui ci vorremmo servire. Chiunque oggi pensi che per impartire l&amp;amp;#39;educazione e imporre il proprio predominio su cane siano necessari metodi violenti &#232;, nella migliore delle ipotesi, schiavo di pregiudizi radicati dall&amp;amp;#39;ignoranza. E sarebbe bene cambiasse idea quanto prima.

Educare ed addestrare un cane ad avere un buon comportamento, significa invece esaltarne le innate facolt&#224;, che sono poi cos&#236; utili alla ricerca del tartufo. Avendo a disposizione un cane con innate doti per la caccia al tartufo (LINK), dobbiamo portarlo ad avere una correttezza durante la ricerca e portare a un&amp;amp;#39;ottima intesa tra tartufaio e animale. Ricordiamoci sempre che il cane pensa diversamente da una persona, e all&amp;amp;#39;apparire di problemi particolari (LINK) &#232; bene comprenderne la causa scatenante per intervenire senza forzarne la natura.

Per persuadere un cane ad obbedire, un metodo sempre efficace &#232; quello di premiare i comportamenti desiderati dal padrone e punire quelli indesiderati. Tra i premi pi&#249; efficaci troviamo: fargli una carezza, dargli un gustoso boccone e ripetere con frequenza una parola affettuosa. In questi modi il cane inizia a comprendere che un dato comportamento &#232; gradito al suo capo branco, e tender&#224; quindi a ripeterlo fino a diventargli naturale.

Per quanto riguarda la punizione non deve mai essere superiore a quelle a cui il branco naturale lo sottoporrebbe, ad esempio la madre sgrida i cuccioli abbaiando in atteggiamento minaccioso o colpendolo, al massimo con una zampata o un morso, oppure lasciando la peggior scelta di cibo o facendolo mangiare per ultimo. Come si diceva prima non &#232; certo nella violenza che il branco crea sottomissione, perch&amp;amp;eacute; &#232; il gesto lo scopo non il dolore da infliggere. Un padrone che sta educando il suo cane potrebbe: strattonare il guinzaglio (non con collari a strozzo, che sarebbero comunque da evitare), scandire una parola pronunciandola ad alta voce (come il pi&#249; classico &amp;amp;quot;no&amp;amp;quot;), ignorarlo o respingerlo, negargli un pasto (soprattutto se il cane &#232; goloso), chiuderlo in stanza da solo o portarlo nel suo recinto. Con dolcezza ma fermezza di ottengono sempre i risultati migliori per l&amp;amp;#39;educazione canina, senza il bisogno di giungere a punizioni severe, che potrebbe ottenere proprio l&amp;amp;#39;effetto opposto.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Tue, 06 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>17</id>
   <title>Tuber macrosporum Vitt.</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590504464_849919.jpg</image>
   <description>Questo tartufo di piccole dimensioni ma eccellente qualit&#224; (conosciuto anche con il nome volgare di tartufo nero liscio) &#232; entrato tardi tra quelli commercializzabili in Italia, poich&amp;amp;eacute; non era contemplato tra le specie consentite dalla legge del luglio 1970 che regolava la raccolta e la vendita nel nostro paese. Ancora in tempi pi&#249; recenti &#232; capitato che venga commercializzato come tuber nigrum.

Il corpo fruttifero globoso o di forma tubercolata non spicca mai per le dimensioni, infatti raggiunge al massimo la grandezza di un uovo, negli esemplari pi&#249; sviluppati. Il colore &#232; una particolare tonalit&#224; di ruggine-nerastro o biancastro bruna che lo rende ben distinguibile, e le cui verruche irregolarmente presenti hanno forme poligonali piccole e schiacciate, che lo rendono simile al naso di un cane. Anche l&amp;amp;#39;odore del tuber macrosporum &#232; caratteristico, perch&amp;amp;eacute; forte e dall&amp;amp;#39;afrore agliaceo, quasi simile a quello del pi&#249; pregiato tartufo bianco. A livello microscopico, contenute dagli aschi sub-globosi e sub-peduncolati grandi 70-140 x 70-110 micrometri, possiede spore di grandi dimensioni, sempre di color rosso-bruno, il cui numero non abbondante varia da 1 a 3.

Il tuber macrosporum &#232; presente soprattutto in Europa ma anche in America boreale. Nel territorio italiano lo si pu&#242; trovare un po&amp;amp;#39; in tutte le regioni. Per lo sviluppo predilige la simbiosi con roverelle, salici, querce, betulle, pioppi, ontani e carpini, mostrando di avere delle esigenze simili a quelle del tuber magnatum, ma tollerando molto meglio la siccit&#224;. Invece non si trova mai negli ambienti in cui cresce il tuber melanosporum. Anche il periodo di maturazione si sovrappone a quello del magnatum, coprendo i mesi tra settembre e tutto dicembre, presentando nella buca in cui cresce diversi esemplari di taglia variabile, ma mai troppo grandi.

Trattandosi di una specie di tartufo di ottima qualit&#224;, la coltivazione &#232; possibile e spesso attuata per la commercializzazione.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Wed, 07 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>18</id>
   <title>Tuber magnatum Pico</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590505446_670702.jpg</image>
   <description>Questo tartufo di piccole dimensioni ma eccellente qualit&#224; (conosciuto anche con il nome volgare di tartufo nero liscio) &#232; entrato tardi tra quelli commercializzabili in Italia, poich&amp;amp;eacute; non era contemplato tra le specie consentite dalla legge del luglio 1970 che regolava la raccolta e la vendita nel nostro paese. Ancora in tempi pi&#249; recenti &#232; capitato che venga commercializzato come tuber nigrum.

Il corpo fruttifero globoso o di forma tubercolata non spicca mai per le dimensioni, infatti raggiunge al massimo la grandezza di un uovo, negli esemplari pi&#249; sviluppati. Il colore &#232; una particolare tonalit&#224; di ruggine-nerastro o biancastro bruna che lo rende ben distinguibile, e le cui verruche irregolarmente presenti hanno forme poligonali piccole e schiacciate, che lo rendono simile al naso di un cane. Anche l&amp;amp;#39;odore del tuber macrosporum &#232; caratteristico, perch&amp;amp;eacute; forte e dall&amp;amp;#39;afrore agliaceo, quasi simile a quello del pi&#249; pregiato tartufo bianco. A livello microscopico, contenute dagli aschi sub-globosi e sub-peduncolati grandi 70-140 x 70-110 micrometri, possiede spore di grandi dimensioni, sempre di color rosso-bruno, il cui numero non abbondante varia da 1 a 3.

Il tuber macrosporum &#232; presente soprattutto in Europa ma anche in America boreale. Nel territorio italiano lo si pu&#242; trovare un po&amp;amp;#39; in tutte le regioni. Per lo sviluppo predilige la simbiosi con roverelle, salici, querce, betulle, pioppi, ontani e carpini, mostrando di avere delle esigenze simili a quelle del tuber magnatum, ma tollerando molto meglio la siccit&#224;. Invece non si trova mai negli ambienti in cui cresce il tuber melanosporum. Anche il periodo di maturazione si sovrappone a quello del magnatum, coprendo i mesi tra settembre e tutto dicembre, presentando nella buca in cui cresce diversi esemplari di taglia variabile, ma mai troppo grandi.

Trattandosi di una specie di tartufo di ottima qualit&#224;, la coltivazione &#232; possibile e spesso attuata per la commercializzazione.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Thu, 08 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>19</id>
   <title>Tuber malenconii Donadini, Riousset &amp;amp; Cheval</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Una specie che si &#232; riusciti a distinguere solo da trent&amp;amp;#39;anni (si parla del 1978) e la cui presenza &#232; abbastanza delimitata alla Provenza, seppur molti potrebbero rivelarsi i suoi habitat naturali, tra cui diverse zone dell&amp;amp;#39;Italia. Proprio nel Sud della Francia ne troviamo la pi&#249; grande commercializzazione, spesso insieme ai tartufi detti musqu&amp;amp;eacute;es (o muscades, in dialetto provenzale), ovvero di quella categoria che tende a racchiudere i prodotti dall&amp;amp;#39;odore non certo gradevole (come i tuber brumale, mesentericum e albidum).

Il corpo fruttifero di questo tartufo si presenta di modeste dimensioni, in genere della grandezza di un uovo o poco pi&#249; e di forma, subglobosa, lobata, gibbosa e spesso con una piccola cavit&#224; basale. Il peridio globoso &#232; di tonalit&#224; dal bruno scuro al nerastro e mostra una fossetta basilare, il tutto ricoperto da una coltre di micelio biancastra. Le sue verruche sono poligonali (dai 4 ai 6 lati) e tanto basse da apparire schiacciate, quasi piatte. La gleba &#232; solida, all&amp;amp;#39;inizio biancastra, poi grigia, grigiastra, e alla maturit&#224; diventa  marrone, marmorizzata con numerose, sottili venature bianche che si spingono verso la base del tartufo. Come dicevamo il suo odore non &#232; dei pi&#249; gradevole, emettendo un aroma forte e pungente, con una sfumatura di formaggio, talvolta quasi fecale; solo a volte presenta un profumo agliaceo. Tutto questo permette ai cani da tartufo, di rintracciarlo con semplicit&#224;. Gli aschi contengono spore bruno-chiare, in numero variabile da 2 a 8, fittamente alveolate.

Cresce in modo naturale nei terreni argillosi e calcarei, preferendo la simbiosi micorriza con i lecci, a quella con altre piante. Il suo ciclo di sviluppo e maturazione va da inverno a primavera, preferendo i mesi tra novembre e marzo.

A causa delle sue caratteristiche non particolarmente piacevoli (soprattutto riguardo l&amp;amp;#39;odore, ma non soltanto), bench&amp;amp;eacute; sia possibile trovare in commercio questo tartufo, in zone ben delineate, non ha un forte n&amp;amp;eacute; ben definito interesse commerciale, per questo, anche se la coltivazione ne &#232; possibile, non &#232; affatto ricercata.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Fri, 09 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>20</id>
   <title>Tuber mesentericum Vittadini</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Oggi parliamo del Tuber mesentericum Vittadini, che in Italia &#232; conosciuto con i nomi di tartufo nero ordinario, rapetti o tartufo di Bagnoli, per la zona in cui era pi&#249; frequente trovarlo. Si tratta di una specie dalle caratteristiche peculiari, ma non tali da farlo entrare nel novero di quelli considerati pregiati, quanto del mero &amp;amp;quot;renderlo particolare&amp;amp;quot;.

Il corpo fruttifero del Tuber mesentericum si presenta globoso in maniera quasi sempre regolare, con spesso un&amp;amp;#39;evidente escavazione alla base, che lo rende facilmente distinguibile. La grandezza si  attesta in quelle medie, circa del diametro di un mandarino.

Il peridio si mostra di un colore nero deciso, talvolta tendente al corvino, mentre le verruche, per quanto molto fitte, sono piccole (in media 2-4 millimetri di larghezza) e d&amp;amp;#39;aspetto esagonale. La gleba, invece, ha colori pi&#249; tenui, dal biancastro al bruno-scuro, sempre con venature bianchicce che, se presente, partono a raggiera dall&amp;amp;#39;introflessione basale.

L&amp;amp;#39;odore &#232; molto forte e caratteristico, talvolta bituminoso, quindi non sempre gradevole all&amp;amp;#39;olfatto. Gli aschi contengono spore in basso numero, in genere da 1 a 3, pi&#249; raramente 5, e queste si presentano di color bruno chiaro, di forma alveolata-reticolare.

Possiamo trovare il Tuber mesentericum Vittadini in zone particolari, trattandosi di un tartufo che cresce spontaneamente nelle zone pi&#249; meridionali, ma allo stesso tempo a quote molto elevate; si parla di 1600 metri circa, sopra il livello del mare, spesso in micorriza con il faggio. Oltre a questa pianta, tende a sviluppa la simbiosi micorriza anche con querce, noccioli, betulle e aceri.

Il periodo di maturazione va dai mesi tra settembre e tutto aprile, trovandosi quindi a coprire, come estensione, quella zona intermedia tra il tuber nigrum e il tuber aestivum.

Seppur stiamo parlando di un tartufo non tra i pi&#249; pregiati, dimostra comunque valide qualit&#224; e particolarit&#224;, tanto che alcuni tartuficoltori ne hanno sviluppato la coltivazione.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Mon, 12 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>21</id>
   <title>Tuber nigrum Bull</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590416046_935837.jpg</image>
   <description>Uno dei pi&#249; noti tartufi al mondo &#232; il Tuber melanosporum, comunemente chiamato nel nostro paese tartufo nero pregiato, di Norcia o di Spoleto, ma in genere conosciuto all'estero come "truffe du P&#233;rigod".

Il suo corpo fruttifero &#232; pi&#249; o meno regolarmente globoso, anche se pi&#249; raramente pu&#242; presentarsi difforme o lobato, mentre le dimensioni variano da quelle di una noce a quelle di un'arancia. Nella parte esterna presenta un peridio nerastro, con tonalit&#224; rosso-brune, in alcuni casi violacee, e mostra verruche poligonali di pochi millimetri (dai 3 ai 5), solcate negli spigoli e depresse all'apice. All'interno, la gleba inizialmente bianca, maturando diventa poi di un color grigio sempre pi&#249; intenso, fino a passare al caratteristico bruno scuro e nerastro, con confuse ramificazioni di piccole venature biancastre. Il suo odore &#232; deciso e intenso. A livello microscopico, possiede aschi peduncolati che contengono 1, 3 o 4 spore bruno-nerastre ellissoidali (pi&#249; raramente 6), coperte di corti e fini aculei.

Vive in simbiosi con tantissime piante, in particolare querce, faggi, castagni, pioppi, pini, noccioli, in terreni calcarei dai 100 ai 1000 metri sopra il livello del mare. Cresce spontaneamente in una parte dell'Europa; la sua presenza &#232; stata riscontrata in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Svizzera, nella zona di Baden in Germania, e in Bulgaria, Ungheria e Jugoslavia. Nelle aree pi&#249; meridionali, il Tuber nigrum Bull matura da novembre a met&#224; marzo (spingendosi in alcuni casi fino ad Aprile), e l'altitudine  cui si pu&#242; trovare sale man mano che si scende verso sud.

Considerato il "diamante nero della tavola" (un vanto particolare per la cucina francese), &#232; il tartufo maggiormente coltivato, e rappresenta circa il 60% della quantit&#224; di tartufi che affluiscono sul mercato italiano, con picchi ancora pi&#249; alti, se si parla della quantit&#224; relativa all'industria conserviera, essendo un tartufo oggetto di una forte esportazione.

 
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Tue, 13 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>22</id>
   <title>Tuber uncinatum Chatin</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590415949_828787.jpg</image>
   <description>Si tratta di un tartufo conosciuto in Francia come "truffe de Bourgogne" (per la zona in cui viene principalmente trovato), ed &#232; possibile ritrovarlo in buone quantit&#224;, anche in Italia, principalmente sui terreni collinari di tipo marnoso-argilloso. Molto simile allo Scorzone, &#232; da molti considerato come una variet&#224; del Tuber aestivum Vitt. (anche se su questo punto ci sono ancora controversie), per alcune somiglianze presenti nelle caratteristiche delle loro variabilit&#224;, ma che mostra una qualit&#224; nettamente superiore al pi&#249; comune tartufo italiano. &#232; possibile distinguerlo dal comune tartufo estivo, non solo grazie ai caratteri organolettici, ma soprattutto per via delle diverse caratteristiche morfologiche.

Rispetto al tartufo estivo, il tipico corpo fruttifero del Tuber uncinatum si riconosce per mezzo della gleba pi&#249; scura, che diventa bruno-giallastra una volta raggiunta la maturit&#224;. Le verruche sono pi&#249; piccole, e non presentano striature longitudinali sulla superficie. Anche l'odore &#232; migliore, presentandosi pi&#249; gradevole ed intenso. Per quanto riguarda le spore, piccole e quasi sempre dagli apici ricurvi, con aculei posti ai nodi del reticolo.

Viene prodotto e raccolto quasi esclusivamente in Francia e Italia. Sopporta male le altitudini elevate e la siccit&#224; estiva, preferendo zone fresche, ombreggiate e dall'umidit&#224; costante, e in genere sviluppandosi nelle stesse zone del tuber aestivum. Nel nostro paese, la sua presenza &#232; spiccata nell'Appennino settentrionale e nelle Prealpi, con rare comparizioni nelle zone del centro Italia. Come per il comune tartufo estivo, il Tuber uncinatum &#232; liberamente commercializzata nel nostro paese, spesso proprio insieme a quella specie, con cui tende a condividere l'habitat, in maggior frequenza nelle zone settentrionali.

La sua maturazione ha un ciclo di pochi mesi, in genere da settembre a tutto dicembre, in cui il tartufo diventa pienamente formato, solo a volte la maturazione arriva fino a gennaio. Al contrario del suo "parente estivo" considerato pi&#249; povero, il Tuber uncinatum &#232; oggetto di tartuficoltura, in particolare in Francia e il suo mercato &#232; sempre florido.
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   <categorie>Varietà di Tartufi</categorie>
   <pubDate>Wed, 14 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>23</id>
   <title>Piante simbionti</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>La micorrizia necessaria alla nascita e crescita di un tartufo si verifica a ridosso di specifiche piante. L&amp;amp;#39;apparato radicale delle piante presenti in una tartufaia possono essere molto importanti nella fruttificazione dei tartufi, a volte anche senza entrare in micorriza con esse. Si parla in questi casi di piante &amp;amp;quot;comari&amp;amp;quot;, sotto cui il micelio fungino trova le condizioni adatte alla produzione dei tartufi, vuoi per un grado di umidit&#224; favorevole o per la produzione di sostanze chimiche utili a questo sviluppo. Vediamo ora alcune piante che sono in grado di contrarre la micorriza con i tartufi di interesse commerciale e nella tartuficoltura.

 

Betulla
La micorriza &#232; molto probabile con queste piante, soprattutto negli esemplari solitari, sotto cui possono trovarsi Tuber mesentericum, il Tuber macrosporum e il Tuber aestivum.

Carpino nero
Un buon produttore di tartufo nero che predilige terreni calcarei ricchi e freschi. Ottimo simbionte per Tuber nigrum, Tuber aestivum e Tuber macrosporum.

Castagno
Il suo apparato radicale &#232; molto suscettibile all&amp;amp;#39;infezione micorriza e viene riconosciuto tra i migliori produttori di tartufo nero, in particolare Tuber nigrum e Tuber aestivum. Non ottimale per la tartuficoltura, visto la predilezione per terreni acidi, se non come pianta &amp;amp;quot;comare&amp;amp;quot;.

Faggio
Preferisce terreni montani leggeri, ben drenati e con un buon indice calcareo. Sviluppa micorriza con tartufi neri, soprattutto i meno pregiati, come Tuber brumale, Tuber aestivum e Tuber mesentericum, anche se potrebbe portare alla fruttificazione anche del Tuber nigrum.

Nocciolo
Utilizzato in molti vivai &#232; anche un ottimo produttore di tartufi neri. Un vantaggio del nocciolo su altre piante risiede nell&amp;amp;#39;apparato radicale ad andamento superficiale, in grado di colonizzare con forza e abbondanza il suolo. Necessita per&#242; di terreni freschi e ombreggiati con un alto tasso di umidit&#224;. Buon produttore di Tuber brumale, Tuber aestivum e Tuber mesentericum.

Noce
Come per il nocciolo, l&amp;amp;#39;interesse commerciale risiede nella possibilit&#224; di coltivare tartufi insieme ai frutti di questa pianta. Pare propenso a sviluppare micorriza con Tuber aestivum e Tuber mesentericum, come del resto fa gi&#224; in natura.

Pino
Sono diverse le specie di pino che riescono a sviluppare micorriza, in genere per la coltivazione di Tuber albidum. Inoltre il pino riesce a favorire la conservazione e il propagarsi dell&amp;amp;#39;infezione per la tartuficoltura del Tuber nigrum.

Pioppo
Se in natura pioppo nero e pioppo tremulo sono ottimi produttori naturali di tartufi, per la tartuficoltura il discorso cambia, perch&amp;amp;eacute;, se &#232; vero che questa pianta &#232; una buona produttrice di tartufo bianco, &#232; anche poco longeva e a volte fornisce caratteri organolettici non apprezzati nei funghi che produce.

Quercia
Di certo la miglior produttrice di tartufi, con cui la simbiosi micorriza &#232; facile e di qualit&#224;, a cui si aggiunge la longevit&#224; della pianta. Divisibili in sempreverdi e caducifoglie, ogni tipologia mostra caratteristiche particolari.
Ecco alcune caducifoglie:
- il Cerro predilige luoghi caldi e fornisce ottimi tartufi bianchi (mentre di non buona qualit&#224; quelli neri);
- il Rovere teme le gelate e non sopporta i terreni umidi ma &#232; tra i migliori simbionti di tartufo bianco;
- la Roverella &#232; probabilmente la pianta preferita per la tartuficoltura, grazie alla solidit&#224; e rusticit&#224; che le permettono di vivere in terreni aridi e sassosi, e soprattutto alla capacit&#224; di produrre ottimi tartufi neri, seppur presentando una certa lentezza nell&amp;amp;#39;accrescimento;
- la Farnia &#232; robusta e prolifica in luoghi freschi, buona per la crescita di tartufi neri, soprattutto il Tuber magnatum;
- la Quercia spinosa, piccola e presente nelle zone litoranee, produce tartufi abbastanza in fretta, rispetto alle altre;
- il Leccio cresce bene in terreni calcarei e per alcuni &#232; il miglior produttore di tartufi neri. Ha per&#242; un accrescimento molto lento.

Salice
Una pianta che si presta bene a micorrizarsi sia con i tartufi bianchi che con quelli neri e predilige le zone umide.

Tiglio
Questa pianta &#232; un buon simbionte sia per tartufi bianchi sia per tartufi neri ma, vista la predilezione per terreni profondi, d&#224; il meglio con la produzione del Tuber magnatum.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Thu, 15 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>24</id>
   <title>Ciclo vitale del tartufo</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Il ciclo vitale del tartufo inizia quando l&amp;amp;#39;infezione micorrizia prende le mosse dalla germinazione delle spore. Prima di essere in grado di germinare, le spore devono essere liberate dall&amp;amp;#39;asco che le contiene, in seguito la loro superficie deve essere erosa in parte, e infine dopo una quiescenza (un&amp;amp;#39;attesa pi&#249; o meno lunga) si devono trovare nelle vicinanze di radici idonee al loro sviluppo.

In genere, la liberazione delle spore e l&amp;amp;#39;erosione della loro superficie avviene per opera di microrganismi, come muffe e batteri, oppure animali (dalle volpi agli insetti) che se ne cibano. La durata della quiescenza di un tartufo sembra duri alcuni anni, in cui un ruolo molto importante &#232; svolto alla temperatura; se le temperature sono basse per un certo periodo, l&amp;amp;#39;attesa pare inferiore. Il filamento (ifa) esce dalle spore e cresce nell&amp;amp;#39;avvicinarsi alle radici, percorrendo le radici corte e di assorbimento, fino a quando non incontra un altro filamento proveniente da un&amp;amp;#39;altra spora: in questo modo inizia il processo e si forma la micorriza (l&amp;amp;#39;infettabilit&#224; della micorriza &#232; una caratteristica molto importante da considerare per alcune tecniche tartuficoltura). Dopo alcuni dall&amp;amp;#39;infezione, si crea nella zona un&amp;amp;#39;area circolare quasi prova di erba, detta brulis o pianello, nei cui pressi si iniziano a formare i corpi fruttiferi, ovvero i tartufi.

Il tartufo attraversa un lungo periodo di maturazione, che lo porta ad acquisire il suo tipico colore, odore, sapore e, ovviamente, forma; il suo sviluppo &#232; una fase in cui separa il suo ciclo vitale da quello del micelio fungino e dalla micorriza. Grazie al metabolismo dei microorganismi presenti e a quello delle proprie cellule, le spore maturano, sviluppando i pigmenti e gli aromi che caratterizzano le varie specie di tartufi. Proprio per questo &#232; possibile che un tartufo continui a svilupparsi e maturare anche dopo la raccolta, se conservato adeguatamente.

Ogni specie di tartufo ha la sua esigenza climatica, per giungere alla piena e matura formazione del corpo fruttifero. Ad esempio il tartufo nero vede formare il suo corpo fruttifero in estate, a profondit&#224; non molto elevate (dal suolo ai 50 cm di profondit&#224;), basate anche sul terreno in cui si inizia a sviluppare. In autunno, mentre il tartufo nero matura, la micorriza recede: alcune si staccano spontaneamente, altre rimangono come organi quiescenti, in grado di dare una nuova diffusione del fungo a primavera. Anche le spore prodotte dal disfacimento dei tartufi presenti nel suolo a fine processo aiuta il mantenimento della micorriza del tartufo stesso.

La produzione del tartufo &#232; ovviamente soggetta a molti stimoli ambientali, in particolare climatici, tra cui l&amp;amp;#39;innalzamento della temperatura, l&amp;amp;#39;abbassamento del tasso di umidit&#224; e perfino la diffusione dei gas nell&amp;amp;#39;atmosfera interna.

 
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Fri, 16 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>25</id>
   <title>Idoneit&#224; alla raccolta di tartufi</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590415676_681851.jpg</image>
   <description>Per essere idonei alla raccolta dei tartufi, &#232; necessario premunirsi di un'apposita autorizzazione necessaria solo per la raccolta in terreni comuni, mentre un proprietario, cos&#236; come l'usufruttuario di tartufaia, e relativi dipendenti e familiari possono raccogliere tartufi da questa senza autorizzazione. Questa autorizzazione viene comunemente chiamata tesserino e, anche se &#232; compito della Regione rilasciarlo, la sua valenza comprende tutto il territorio nazionale. La Regione organizza degli appositi esami, a cui pu&#242; accedere qualsiasi persona con pi&#249; di quattordici anni.

L'esame viene organizzato periodicamente in specifiche province della Regione e consta di un questionario a scelta multipla con 20 domande mirate ad attestare la conoscenza delle variet&#224; dei tartufi, della modalit&#224; di raccolta e della legislazione statale e regionale dell'esaminato. L'obiettivo per ottenere il tesserino &#232; rispondere correttamente a 16 domande. Nel corso degli anni questa procedura si &#232; snellita, e presenta un calendario unico di riferimento (dal 2017). Per sostenere l'esame ci si deve presentare al Servizio territoriale agricoltura, caccia e pesca della provincia per sottoporre e compilare la domanda di ammissione all'esame, a cui si deve allegare una copia del codice fiscale e la documentazione richiesta. La validit&#224; del tesserino &#232; di 10 anni.

In seguito, si dovr&#224; pagare un tributo regionale annuale (di circa 90 euro), la prima volta in seguito al rilascio del tesserino per poi rinnovarlo all'inizio di ogni inizio di attivit&#224; di raccolta, senza bisogno di un rinnovo cadenzato. In pratica alla scadenza (mettiamo il 21 ottobre del 2018) del pagamento non si potr&#224; pi&#249; svolgere l'attivit&#224; di raccolta tartufi legalmente, ma in seguito si potr&#224; rinnovare e dal giorno del rinnovo (mettiamo il 15 novembre 2018) avr&#224; di nuovo valenza di un anno (fino al 15 novembre 2019). In ogni caso, il tributo dovr&#224; essere versato prima del rilascio del tesserino ed entro il 31 gennaio di ogni anno successivo a quello del rilascio.

Alla scadenza della validit&#224; del tartufo (dopo 10 anni, a prescindere dalle rate pagate nel frattempo) si dovr&#224; rinnovare il tesserino per mezzo di un apposito modulo. Sempre al Servizio territoriale agricoltura, caccia e pesca si presenter&#224; il modulo per il rinnovo, a cui andranno allegati:
- 1 copia di documento d'identit&#224; valido
- il tesserino scaduto
- 2 marche da bollo da 16 €
- una coppia di fototessere uguali e recenti
- la ricevuta del versamento della tassa abilitazione raccolta tartufi avuta dalla Regione
In caso di smarrimento o furto del tesserino si dovr&#224; effettuare una denuncia presso le autorit&#224; competenti, mentre in caso di deterioramento si potr&#224; richiedere un duplicato presso il Servizio territoriale agricoltura, caccia e pesca provinciale, compilando un apposito modulo.

Una volta in possesso del tesserino si potranno raccogliere tartufi all'interno dei boschi e dei terreni non coltivati, rimane comunque vietata la raccolta nelle tartufaie controllate o coltivate, che mostreranno un'apposita segnaletica di riconoscimento. Anche in possesso del tesserino, quindi, bisogna fare attenzione a non addentrarsi in zone protette come oasi di protezioni della fauna selvatica, zone di ripopolamento e altre, che in ogni caso saranno sempre opportunamente segnalate.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 19 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>26</id>
   <title>Raccogliere i tartufi</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590504626_981272.jpg</image>
   <description>Come per molti frutti della natura (ad esempio funghi e castagne), che ricoprono un interesse per l&amp;amp;#39;uomo, la raccolta del tartufo in tartufaie naturali &#232; tutelata da una stretta legislatura a carattere nazionale, rivolta principalmente ad evitare l&amp;amp;#39;impoverimento delle zone boschive in cui cresce spontaneamente. Queste norme sulla raccolta sono vincolanti anche per il proprietario del terreno.

Se invece abbiamo la fortuna di avere una tartufaia artificiale, in genere non saremo sottoposti a regolamentazioni di sorta per quanto riguarda la raccolta, che in ogni caso dovrebbe essere il pi&#249; armoniosa possibile con i cicli vitali del tartufo. Affrettando il momento della raccolta, rischiamo di ritrovarci con dei tartufi acerbi, mentre allungandolo di ritrovarci con tartufi in disfacimento, non buoni per la commercializzazione, ma che sarebbe stato utile lasciare nella tartufaia, per immettere nuove spore nel terreno e rafforzare le probabilit&#224; di conservazione del rapporto pianta-tartufo. Il consiglio &#232; quindi quello di seguire i normali tempi di maturazione del tartufo, per essere certi di raccogliere un prodotto di buona qualit&#224;.

La raccolta dovrebbe essere effettuata ogni 5-7 giorni e con l&amp;amp;#39;ausilio di un apposito animale da tartufi, che ne rendono possibile il rintracciamento nel terreno, con facilit&#224;. Alcuni ancora utilizzano il maiale, per natura portato a ritrovare questo fungo di cui &#232; ghiotto, e che quindi non ha bisogno di addestramento... ma proprio per queste sue caratteristiche &#232; poi difficile evitare che divori i tartufi che rintraccia. La scelta migliore &#232; quindi utilizzare un cane da tartufo appositamente addestrato, pi&#249; impegnativo proprio per la necessaria fase di addestramento, ma con degli indubbi vantaggi pratici, derivanti proprio dallo sfruttamento della sua naturale domestichezza.

Una volta individuato il tartufo, grazie all&amp;amp;#39;animale, si deve continuare l&amp;amp;#39;opera di scavo iniziata dalla bestia, con uno strumento; lasciar fare all&amp;amp;#39;animale vorrebbe dire rischiare di rovinare il tartufo. Gli strumenti possono essere variegati: per i tartufi a peridio nero (che tende a crescere in terreni sassosi) si preferisce di solito una piccola zappa, meglio se con un solo dente rettangolare; per i tartufi bianchi la scelta ricade in genere su una piccola vanga a manico corto o con un traversino. Al fine di preservare le radici micorrizate, una volta raccolto il tartufo si deve ricoprire la buca appena effettuata. Infatti, una zappatura indiscriminata tende ad essere una delle prime cause di danneggiamento delle tartufaie. Come ogni fase della produzione la raccolta del tartufo necessita sempre una certa cura e accortezza.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Tue, 20 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>27</id>
   <title>Tartufi: cosa sono e come crescono</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590506807_993822.png</image>
   <description>La prima curiosit&#224; da sapere &#232; che i tartufi rappresentano soltanto parte del ciclo vitale di un organismo microscopico. Questo organismo &#232; composto da un intreccio di esili filamenti che si diffondono nel suolo e si collegano strettamente con le radici di una pianta verde, albero o arbusto, che ne diventa ospite forzato. Non si tratta per&#242; di parassitismo, perch&amp;amp;eacute; il fungo crea una struttura di reciproco scambio, detta micorriza.

L&amp;amp;#39;organismo fungino nel suo insieme viene definito micelio mentre i filamenti sono chiamati ife. Con una similitudine grossolana, il micelio sarebbe la pianta e il fungo che da essa si crea sarebbe il frutto. Il fungo che si forma sottoterra (cio&#232; ipogeo) da questa &amp;amp;quot;pianta&amp;amp;quot; viene infine chiamato comunemente tartufo.

Il fondamentale organo di scambio necessario alla formazione del tartufo &#232; la micorriza, dal reco mykes (fungo) e rhiza (radice). Le ife fungine sfruttano la simbiosi mutuale (permessa dalla micorriza) al fine di raggiungere e ottenere i carboidrati che la pianta produce con la fotosintesi, e che si trovano in eccesso nelle sue radici. A sua volta la micorriza fornisce indubbi benefici alla pianta, quali creare una barriera per i miceli parassiti, produrre microrganismi con funzione protettiva nel terreno interessato all&amp;amp;#39;attivit&#224; radicale, produrre ormoni di crescita per la pianta ospite, moltiplicare le ramificazioni delle radici (con conseguenti benefici nutritivi), assorbire vari elementi nutrizionali utili alla pianta, tra cui il fosforo.

I tartufi, quindi, vivono in simbiosi micorrizica con piante ed arbusti, sviluppandone un tipo particolare conosciuto come ectomicorriza, in cui il prefisso ecto (fuori, esterno), ci indica come il fungo penetri nell&amp;amp;#39;apparato radicale senza entrare nelle all&amp;amp;#39;interno delle cellule, come invece fanno i funghi che si sviluppano per endomicorriza (endo-interno). Durante questo mutuale processo simbiotico, si sviluppano funghi ipogei, appartenenti al genere del tubero ed evoluzione dei &amp;amp;quot;funghi a coppa&amp;amp;quot;, il cui archetipo a coppa si ripiega numerose volte su se stesso per dare la conosciuta forma sferoidali al tartufo, che ne &#232; il prodotto ultimo.

Ecco quindi, come da un organismo microscopico, attraverso vari processi biologici e una forte simbiosi di reciproco guadagno, si sviluppa quel fungo prelibato e raro, che tutti conosciamo come tartufo.

 
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Wed, 21 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>28</id>
   <title>Vestiario e attrezzatura</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590415813_763190.jpg</image>
   <description>Per andare a caccia di tartufi occorre prepararsi e organizzarsi al meglio, e anche se il necessario (vestiario e attrezzatura) non &#232; certo elaborato &#232; sempre meglio non farsi cogliere impreparati o sottovalutare quelle piccole accortezze che rendono pi&#249; facile la vita del tartufaio.

L'abbigliamento andr&#224; scelto in relazione alla stagione e di conseguenza alla temperatura che si deve affrontare ma sempre premunendosi di avere pantaloni e giacca robusti, in modo da evitare di ferirsi con i rovi e rami sporgenti, in genere onnipresenti nelle zone in cui cresce il tartufo. Risulta sempre pi&#249; comodo avere una giacca (o un giubbotto) con molte tasche, anche ampie, utili per contenere oggetti vari (da strumenti utili alla raccolta, ai biscotti per il cane da tartufo, fino a uno snack per il tartufaio). Per i pantaloni una passata ma sempre funzionale accortezza &#232; quella di cucire strisce di velcro, intorno alla ginocchia per attaccarci un materiale spesso e impermeabile, in modo da evitare di ferirsi e bagnarsi quando ci si inginocchia per recuperare un tartufo e richiudere la buca effettuata a tale scopo. Un qualsiasi tipo di rinforzo per le ginocchia, magari con delle toppe appositamente cucite, si potr&#224; rivelare davvero utile.

Come calzature sono indispensabili scarponi pesanti, magari da trekking, preferibilmente alti, tenendo anche in considerazione che per nelle stesse zone in cui si trovano i tartufi si possono incontrare nel periodo primaverile ed estivo delle vipere, quindi non solo per garantire una camminata meno faticosa, ma anche per fornire un certa protezione. Per sicurezza contro questi animali, alcuni tartufai preferiscono indossare gambali o ghette da sciatore sopra gli scarponi. Anche l'impermeabilit&#224; delle calzature &#232; importante, cos&#236; come un suola di gomma a carrarmato, ideale per affrontare le zone boscose. A volte la scelta ricade su stivaletti in gomma, sempre di materiale impermeabile, che si rivelano leggeri e facili da infilare sopra i pantaloni.

Ulteriori protezioni possono essere fornite da berretti, principalmente per ripararsi dal freddo, se serve, e da guanti da lavoro in pelle o comunque robusti, per affrontare al meglio rovi e sterpaglia. Partendo quasi sempre in condizioni meteorologiche ideali, si tende anche a sottovalutare la possibilit&#224; di piovaschi o acquazzoni. Per evitare di finire lavati da questi improvvisi rovesci &#232; sempre bene portarsi dietro un impermeabile, magari da infilare in una delle tasche del giaccone. Se portate con voi uno zaino o un borsone, potreste anche pensare di infilarci dei ricambi come calzini, maglie e pantaloni, per affrontare la meglio questa problematica. Infine, alcuni usano l'accortezza di portare i propri vanghetti, utili alla scavo, in fondo a lunghi bastoni, che possono aiutare anche durante la camminata.

 
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Thu, 22 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>29</id>
   <title>Cipolle ripiene al tartufo (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Universalmente conosciuto come fungo dal forte aroma e in grado di insaporire primi e secondi piatti, pi&#249; raramente troviamo il tartufo in altre ricette, ma ci sono delle gustose eccezioni, come questo antipasto di facile realizzazione e dal tempo di preparazione non molto elevato (circa un&amp;amp;#39;ora).

Le cipolle ripiene al tartufo mescolano la dolcezza delle cipolle al forno con la corposit&#224; delle patate insaporite dal parmigiano, con l&amp;amp;#39;indispensabile potenza di gusto del tartufo. Questo squisito antipasto pu&#242; essere servito da solo, oppure per accompagnare piatti a base di carne dal gusto semplice, in entrambi i casi accompagnati da un calice di vino rosso corposo.

 

Ingredienti

Cipolle ramate (2 medie) 200 g                      -            Patate 140 g
Parmigiano reggiano grattugiato 50 g            -            Tartufo nero piccolo 1
Tuorli 1                                                           -            Olio extravergine d&amp;amp;#39;oliva QB
Pepe nero QB                                                 -            Sale fino QB
Rosmarino QB (sostituibile con trito di salvia o timo)

Preparazione
La prima cosa da fare &#232; immergere in acqua fredda le patate, per poi portarla a ebollizione per lessarle. Toglietele dal fuoco solo quando riuscirete a infilzarle facilmente con una forchetta, tenendo in considerazione che il tempo di cottura varia da 30 a 40 minuti, in base alla grandezza delle patate. Mentre queste vengono lessate, sbucciate le cipolle, poi tagliatele a met&#224; trasversalmente e infine svuotatele con cura degli strati interni. L&amp;amp;#39;interno delle cipolle andr&#224; finemente tritato, e per ora messo da parte.

Le cipolle svuotate andranno poste  in una pirofila e condite con olio, sale e pepe, che poi infornerete a 220&amp;amp;deg; gradi per circa 20 minuti, in un forno preriscaldato.

Con le cipolle in cottura, tornate ad occuparvi del ripieno, scaldando dell&amp;amp;#39;olio in padella, in cui poi soffriggerete la cipolla tritata per alcuni minuti, stando attenti a non bruciarla. Aggiungete poi il rosmarino e ponete il tutto in una ciotola abbastanza capiente, in cui grattugiare (o tagliare) anche il tartufo (circa 4 gr). Usando lo schiacciapatate, versate nella ciotola le patate ancora calde e unite il parmigiano grattugiato e il tuorlo, salando e pepando, per poi mescolare fino ad ottenere un composto uniforme. Quando avrete ottenuto il vostro amalgama, trasferite il tutto in una sac-&#224;-poche senza bocchetta.

Tolte le cipolle da forno, procedete a riempirle con il composto di patate e tartufo, senza toglierle dalla pirofila. Versate un filo d&amp;amp;#39;olio in superficie e tornate a infornare a 220&amp;amp;deg; per 15 minuti per poi passare alla cottura grill per altri 5 minuti.

Tolte le cipolle dal forno, guarnitele a piacere con scaglie di tartufo e una spolverata di pepe, ed ecco pronto il vostro piatto ancora caldo.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Fri, 23 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>30</id>
   <title>Crostini e tartufo</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Uno dei modi pi&#249; semplici per gustare il tartufo &#232; quello di prepararlo con dei crostini. La semplicit&#224; del piatto richiede che le poche materie prime, soprattutto il pane, siano di buona qualit&#224;, per esaltare ogni sapore. Vi proponiamo due modi per preparare i vostri crostini &amp;amp;quot;tartufati&amp;amp;quot;.

Crostini al tartufo nero
Pulite bene (lavando e spolverando la terra residua) e grattugiate finemente 100 grammi di tartufo nero. Prendete una padellina, in cui versare 4 cucchiai di olio extravergine d&amp;amp;#39;oliva per soffriggere 1 spicchio d&amp;amp;#39;aglio ben schiacciato. Una volta soffritto, toglietelo prima che si bruci. Aggiungete il tartufo grattugiato e regolate con sale e pepe a piacere, lasciandolo sul fuoco per qualche momento. Potete aggiungere anche qualche goccia di succo di limone, ma attenti a non esagerare, perch&amp;amp;eacute; rischiate di rendere il tutto troppo aspro. Spento il fuoco, tagliate e tostate 6 fette di pane casereccio, per poi spalmarci l&amp;amp;#39;olio tartufato che avete appena fatto.
I crostini al tartufo nero sono pronti per essere serviti!

 

Crostini alla crema di tartufo
Un altro modo di servire questo tipo di antipasto,appena pi&#249; laborioso ma di certo non complicato.

Prima dovete preparare un brodo di carne, di cui vi occorrer&#224; in seguito solo un mestolo. Poi pulite 15 grammi di tartufo nero e tagliatelo a strisce sottili. In una piccola casseruola, fate sciogliere 60 grammi di burro e aggiungeteci il tartufo, 25 grammi di parmigiano e 1 mestolo di brodo di carne. Mescolate il tutto a fuoco lento con una frusta, mentre aggiungete 1 cucchiaio di farina ben setacciata, finch&amp;amp;eacute; il composto non avr&#224; assunto una densit&#224; cremosa e senza grumi.

Spento il fuoco, tagliate del pane a fette, a forma rettangolare o quadrata. Abbrustolite le fette in forno per qualche minuto, senza esagerare, per poi spalmare la vostra crema di tartufo sui crostini caldi. Servite e mangiate!
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 26 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>31</id>
   <title>Fettuccine al tartufo (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590506656_368978.jpg</image>
   <description>Una delle ricette pi&#249; semplici, tra quelle che usano il tartufo come ingrediente, ma allo stesso tempo in grado di soddisfare anche i palati pi&#249; esigenti &#232; di certo quella delle fettuccine al tartufo. Questa ricetta non richiede una preparazione elaborata (&#232; pronta in appena 15 minuti, pi&#249; altrettanti per la cottura) e con pochi ingredienti permette di portare in tavola una pietanza gustosa e forte di sapori. Inutile dire, che vista la semplicit&#224;, le materie prime scelte diventano molto importanti, perch&amp;amp;eacute; il nostro amato fungo sotterraneo si sposa perfettamente con la pasta all&amp;amp;#39;uovo, ma &#232; necessario che entrambe siano di buona qualit&#224;, per goderseli al meglio. Inoltre, per conservarne al meglio il sapore, &#232; bene tagliare il tartufo solo pochi minuti prima che il piatto venga servito a tavola.

In primo luogo &#232; necessario ripulire accuratamente 80 grammi di tartufo (in genere nero, ma se la spesa non &#232; un problema anche il bianco &#232; un&amp;amp;#39;ottima scelta) dal terriccio che lo ricopre, iniziando con un risciacquo di acqua fresca per eliminare l&amp;amp;#39;eccesso di terra pi&#249; evidente, per poi completare l&amp;amp;#39;operazione pulendolo con una spazzola o un pennello abbastanza resistente. Infine lo si asciuga con cura, per assicurarsi di averlo ripulito al meglio, se cos&#236; non fosse ripetete l&amp;amp;#39;operazione.

Con l&amp;amp;#39;apposito taglia tartufi, affettatelo a lamelle pi&#249; sottili possibile e mettetela da parte, per ore. Effettuate l&amp;amp;#39;operazione sopra un tagliere o una ciotola, in modo da non perderne la minima parte. Mettete a riscaldare 50 gr d&amp;amp;#39;olio e 40gr di burro in una padella, per far sciogliere quest&amp;amp;#39;ultimo a fuoco dolce e lento. Mentre il burro si scioglie, sbucciate e sciacquate 1 spicchio d&amp;amp;#39;aglio e togliete il germoglio interno, per poi farlo rosolare in pentola, per pochi minuti. Infine, rimuovete l&amp;amp;#39;aglio con una forchetta, spegnete il fornello e aggiungete nella padella buona parte del tartufo, lasciandone un po&amp;amp;#39; per decorare il piatto. A fuoco spento, mescolate il condimento, mentre cuocete 250 grammi di fettuccine in una pentola d&amp;amp;#39;acqua calda, precedentemente riscaldata e salata (quanto basta).

Scolate le fettuccine ancora al dente e ponetele nella padella con il condimento, poi mescolate il tutto con cura e, se occorre, aggiungete un po&amp;amp;#39; dell&amp;amp;#39;acqua di cottura per legare. Quando servite il piatto, aggiungete in superficie le scaglie di tartufo messe da parte, per guarnire e insaporire al meglio, ed ecco fatto, le vostre fettuccine al tartufo sono pronte!
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Tue, 27 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>32</id>
   <title>Gnocchetti al tartufo (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>La ricetta che vi presentiamo &#232; molto semplice e prevede che utilizziate degli gnocchetti gi&#224; pronti, ovviamente in base alla vostra capacit&#224; culinaria potrete decidere di cimentarvi con della pasta fatta a mano da voi. Noi per&#242; partiremo dall&amp;amp;#39;idea che gli gnocchetti, in un modo o nell&amp;amp;#39;altro siano pronti, e non rientrano quindi nella procedura di questa ricetta.

L&amp;amp;#39;ingrediente fondamentale che dar&#224; sapore a questo piatto &#232; il tartufo,  ingrediente che dominer&#224; il gusto, rendendolo speciale. Vi suggeriamo di usare del tartufo nero, scegliendo la qualit&#224; in base al vostro gusto, ma tenendo conto che i migliori sono quelli dal sapore meno invadente. Spesso si vede accompagnare a questo piatto un vino deciso ma non troppo forte, per metterne in risalto la delicatezza degli ingredienti.

Ingredienti
400 gr di gnocchetti di patate     -      1 piccolo tartufo nero sott&amp;amp;#39;olio
40 gr di olio extravergine di oliva      -     sale q.b.

Preparazione
Il tartufo &#232; il signore indiscusso di questa ricetta e la sua preparazione &#232; quindi fondamentale.  Pulite il tartufo con una spazzola a setole medie, passandolo sotto acqua fredda, continuando l&amp;amp;#39;operazione fino a ripulirlo da tutti i residui di terra. Per mantenerne la fragranza intatta pi&#249; a lungo, al termine della pulizia, asciugate con cura il tartufo, utilizzando un tovagliolo di carta per poi avvolgerlo in carta assorbente. Una volta asciutto, grattugiate il tartufo finemente.

Scaldate dell&amp;amp;#39;olio in una pentola antiaderente, a fuoco lento, aggiungendo il tartufo grattugiato. Mescolate spesso e aggiungete sale a gusto personale (senza esagerare, gi&#224; il tartufo ha un sapore forte), fino a far colorire il tartufo.

Nel frattempo, avrete immerso gli gnocchetti in una pentola d&amp;amp;#39;acqua bollente. Appena gli gnocchi salgono a galla, raccoglieteli con un mestolo forato e fateli scolare bene per poi versarli nella padella con il tartufo. Aggiungete man mano, nella padella, l&amp;amp;#39;acqua bollente in cui avete cotto gli gnocchi, quanto basta (circa tre cucchiai in genere sono sufficienti) per far incorporare gli ingredienti. Appena il tutto si sar&#224; asciugato, ecco il vostro piatto pronto per essere servito. Se volete un gusto pi&#249; deciso, potete grattugiare ancora un po&amp;amp;#39; di tartufo nel piatto.
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Wed, 28 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>33</id>
   <title>Pasta alla norcina e tartufo (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Piatto tipico umbro, la pasta alla norcina &#232; una squisita e rustica pietanza che in genere viene proposta in due versioni. La pi&#249; comune &#232; quella con pasta corta (di solito penne) e un sugo forte a base di salsiccia e panna, mentre l&amp;amp;#39;altra, con  base a pasta lunga, unisce tartufo nero e acciughe. In questo caso prendiamo in esame il secondo tipo, per gustare il nostro amato fungo in un piatto semplice, ma davvero particolare e dal sapore intenso.

Di norma viene preferito il tartufo nero, che dovrebbe essere sodo e mostrare note ben intense, in modo da non essere soffocato dal sapore dell&amp;amp;#39;acciuga. Per la tipologia specifica &#232; sempre meglio scegliere quello di stagione.

Iniziate pulendo 120 grammi di tartufo sotto acqua fresca corrente e poi spazzolandolo con un pennello a setole resistenti, per eliminare i residui di terriccio. Una volta ben pulito, grattugiate il tartufo finemente, e tenetelo da parte. Non preparate questa operazione in anticipo, ma solo al momento di cucinare il tutto, per mantenere al meglio la fragranza del tartufo. Versate abbondante olio extravergine d&amp;amp;#39;oliva in una padella antiaderente (almeno 5 cucchiai), fatelo scaldare e aggiungete il tartufo grattugiato, mescolando a fuoco lento. Aggiungete alla padella 2 acciughe ben lavate da far sciogliere e 2 spicchi d&amp;amp;#39;aglio da far soffriggere. Mescolate il tutto fino ad ottenere una sorta di salsina, togliendo l&amp;amp;#39;aglio con una forchetta se rischiate di bruciarlo o non vi piace il sapore.

Nel frattempo, mettete a cuocere 360 grammi di spaghetti, in acqua precedentemente fatta bollire e salata quanto basta. Terminate la cottura degli spaghetti facendoli saltare in padella insieme alla salsina di acciughe e tartufo, e mantecandola con un po&amp;amp;#39; d&amp;amp;#39;acqua della cottura, se occorre.

Ora il vostro piatto &#232; pronto per essere servito a tavola in un piatto ampio da portata. A piacere &#232; possibile spolverare la pasta alla norcina con tartufo con del pecorino fresco.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Thu, 29 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>34</id>
   <title>Petto di faraona al tartufo nero (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Un secondo gustoso e di grande impatto sulla tavola, facile e veloce (circa 60 minuti) da preparare e che riesce a utilizzare il nostro amato tartufo come ottimo esaltatore di sapore &#232; il petto di faraona al tartufo nero. La scelta della gallina faraona &#232; ottimale per avere un buon equilibrio tra la carne del pollo (pi&#249; delicata) e del fagiano (pi&#249; saporita). Il petto della faraona &#232; la parte pi&#249; magra e, in quanto tale, soggetta a seccarsi durante la cottura, per questo &#232; bene unirlo a delle fette di guanciale, in modo da inumidirlo, aggiungendo sapore al piatto. Si &#232; scelto il guanciale e non la pancetta (spesso scambiati in varie ricette) perch&amp;amp;eacute; ha un sapore pi&#249; delicato, quindi attenti a scegliere l&amp;amp;#39;ingrediente giusto, onde evitare di salare troppo la ricetta e confonderne i sapori.

Ingredienti
4 petti faraona                                                    300 gr patate
200 gr funghi porcini                                         120 gr Tartufo Nero
13 fette guanciale                                               aglio QB
olio extra vergine di oliva QB                           rosmarino o alloro QB
sale QB                                                               aceto QB

Procedimento
Prendete il petto di faraona e adagiatelo sopra un tagliere, poi aprirlo in due a ventaglio con un coltello, iniziando dal lato pi&#249; alto. Eseguite questa delicata operazione con cura, facendo attenzione a non rompere il petto. Coprite i pezzi ottenuti con pellicola per alimenti, per poi appiattirli usando un batticarne, fino a renderli sottili. Potete salare la carne, ma fate attenzione a non esagerare, perch&amp;amp;eacute; gi&#224; il guanciale &#232; ben saporito e rischiereste di rovinare il piatto.

Pelate le patate e lessatele (poi andranno schiacciate), mentre ripulite e tagliate i funghi porcini. I funghi andranno poi sfumati con l&amp;amp;#39;aceto, in una padella uniti ad olio, aglio e rosmarino (o alloro, a piacere). Potete aggiungere un filo si sale. Questa &#232; un&amp;amp;#39;operazione fondamentale per evitare che i porcini si scuriscano troppo, grazie all&amp;amp;#39;acidit&#224; dell&amp;amp;#39;aceto.

Quando la cottura &#232; quasi al termine, unite le patate schiacciate. Terminata la cottura, aggiungete un filo d&amp;amp;#39;olio e grattugiateci sopra il tartufo nero (precedentemente ben ripulito).

A questo punto, baster&#224; prendere il petto di faraona, stendendoci il guanciale a fette e il tartufo grattugiato, per poi arrotolarlo e richiudere il tutto con un filo da cucina. Il petto arrotolato andr&#224; rosolato in padella per 1-2 minuti, per poi passare al forno a 160 gradi. La cottura in forno durer&#224; circa 15 minuti, al termine dei quali, toglierete il filo dal petto di faraona, per poi impiattarla, guarnendo con il sugo di funghi e patate. Aggiungete un filo d&amp;amp;#39;olio e a piacere delle scaglie di tartufo nero, ed ecco fatto il vostro piatto, pronto per essere servito!
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Fri, 30 Nov 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>35</id>
   <title>Pulire il tartufo per la cucina</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>In ogni ricetta che prevede il tartufo, o anche solo per usarlo come &amp;amp;quot;spezia&amp;amp;quot; in un piatto semplice, in cui ha solo il compito di aggiungere il suo caratteristico sapore, &#232; fondamentale pulire il tartufo tanto per l&amp;amp;#39;igiene, quanto per mantenerne il sapore per futuri utilizzi. La pulizia &#232; fondamentale e il processo viene spesso ricordato (o ripetuto) in tutte le ricette in cui compare questo prezioso tubero.

Il tartufo viene diviso in due tipologie principali, quello nero e pi&#249; comune dal sapore pi&#249; forte e quello bianco e pi&#249; pregiato.

In primo luogo, per conservare al meglio il tartufo, si dovrebbe tenere chiuso in un barattolo di vetro, ben pulito ed asciutto, in questo modo si pu&#242; mantenerne perfettamente intatto sapore e aroma per alcuni giorni. Un&amp;amp;#39;altra accortezza &#232; quella di avvolgerlo in un panno di stoffa (senza la forte presenza di prodotti da bucato) o in carta da cucina, insomma un materiale traspirante. In questo modo avr&#224; il giusto grado di umidit&#224; all&amp;amp;#39;interno del barattolo, che andr&#224; poi posto in un luogo fresco; va bene anche il ripiano meno freddo del frigo. In genere, in questo modo si mantiene per 7-8 giorni. Il tartufo nero potrebbe anche essere messo in congelatore, ma a costo di parte del suo sapore.

Giunto il momento di utilizzarlo per una ricetta si passer&#224; all&amp;amp;#39;opera di pulizia. Per quanto riguarda  il tartufo bianco basta soltanto l&amp;amp;#39;utilizzo di un pennellino o spazzolino a setole morbide, con cui si proceder&#224; con cura a ripulire il tartufo di tutti i residui terrosi. Anche il tartufo nero deve essere pulito con un pennellino o spazzolino ma a setole semidure, inoltre deve essere passato sotto l&amp;amp;#39;acqua fredda, per aiutare l&amp;amp;#39;opera di pulizia.

Il tartufo bianco, una volta ripulito, si pu&#242; grattugiare con l&amp;amp;#39;apposito tagliatartufi, senza cottura, su piatti crudi o freddi, in modo da preservarne al meglio l&amp;amp;#39;aroma pi&#249; delicato. Il tartufo nero, invece, oltre a poter essere grattugiato o tagliato sopra vari piatti freddi o crudi, pu&#242; essere aggiunto anche alla cottura delle pietanze. Tra gli abbinamenti pi&#249; comuni, troviamo il tartufo in ricette dal sapore delicato, abbinato a ingredienti come uova, risotti o per insaporire piatti di carne non troppo elaborati.

 
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Mon, 03 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>36</id>
   <title>Ravioli di cinghiale al tartufo (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Una ricetta che richiede una certa preparazione e competenza culinaria, di non facile realizzazione ma che ricompensa con un piatto pieno e gustoso, ghiotto per ogni palato. Il sapore prevalente, come si pu&#242; facilmente intuire, rimanda al sottobosco, grazie al gusto della selvaggina che si esalta grazie a funghi e tartufo. Il cinghiale &#232; la carne consigliata, ma &#232; possibile tentare varianti con altre carni come alternativa, mentre il pepe e il peperoncino sono aggiunti per speziare la ricetta, ma in caso non ne foste amanti possono essere eliminati senza inficiare la buona riuscita di questo piatto.

 

Ingredienti
Farina 00 - 300 g                                                      Vino rosso - 2 bicchieri
Uova - 3                                                                    Parmigiano - 3 cucchiai
Tuorlo - 1                                                                  Rosmarino - 1 rametto
Cinghiale - 300 g                                                      Aglio - QB
Funghi porcini - 200 g                                              Brodo vegetale - QB
Tartufo nero - 100 g                                                 Olio extravergine di oliva - QB
Carote - 1                                                                  Sale - QB
Cipolle - 1                                                                 Pepe - QB
Sedano - 1 gambo                                                     Peperoncino - QB

Preparazione
Disposta la farina a fontana, realizzate un foro al centro in cui aggiungerete 2 uova. Amalgamate le uova aggiungendo un po&amp;amp;#39; di farina poco alla volta, fino a ottenere un impasto omogeneo, con il quale formare una palla. Coprite l&amp;amp;#39;impasto e fatelo riposare per almeno 30 minuti.
Mentre aspettate, pelate la carota e la cipolla, poi tritatele insieme al sedano. Soffriggete in una pentola capiente le verdure con un filo d&amp;amp;#39;olio e aggiungendo il rametto di rosmarino. Unite anche il cinghiale (tagliato precedentemente a cubetti), aggiungendo sale e pepe a piacere e rosolando il tutto a fuoco basso per 15 minuti, mescolando di tanto in tanto, per evitare che qualcosa si bruci.
Versate nella pentola i 2 bicchieri di vino rosso per sfumare e lasciar cuocere per altri 20 minuti. Poi aggiungete due mestoli di brodo vegetale (preparato in precedenza) e continuate a cuocere per un&amp;amp;#39;ora e 15 minuti, aggiungendo altro brodo all&amp;amp;#39;occorrenza.
Riscaldate l&amp;amp;#39;aglio con un filo d&amp;amp;#39;olio, facendolo rosolare in una padella antiaderente. Aggiungete i porcini tagliati a lamelle insieme al peperoncino, in base al vostro gusto, ma attenti a non eccedere. Saltate per qualche minuto, unendo il tartufo (anch&amp;amp;#39;esso tagliato a lamelle) e un poco d&amp;amp;#39;acqua calda. Regolando il sale e il pepe, cuocete per 3-4 minuti.
Ponete nel mixer il cinghiale, l&amp;amp;#39;uovo rimasto e 2 cucchiai di parmigiano poi frullate, amalgamando per creare un composto omogeneo.
Per completare i ravioli, infarinate il piano di lavoro e ricavate dalla pasta all&amp;amp;#39;uovo delle sfoglie sottili, che poi farcirete con la pasta con il cinghiale. Con un pennello passate il tuorlo d&amp;amp;#39;uovo sui bordi di ogni sfoglia, richiudendole con un&amp;amp;#39;altra. Prima fate aderire i bordi, poi tagliate per sagomare il raviolo con un&amp;amp;#39;apposita coppapasta. Assicuratevi che i bordi dei ravioli siano ben chiusi e cuoceteli per qualche minuto in abbondante acqua salata.
Infine, scolate i tavoli e fateli saltare per poco nel sugo di tartufo e funghi. Impiattate, guarnendo con altro tartufo per esaltarne il sapore.
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Tue, 04 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>37</id>
   <title>Risotto al tartufo  (per 4 persone)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Originario del Piemonte e Lombardia, il risotto si &#232; ormai scrollato di dosso la sua nomea di piatto povero, diventando a tutto gli effetti un classico della cucina italiana. Una ricetta semplice e veloce (25-30 minuti stimati) da preparare, che vede il riso come protagonista ed &#232; ormai da tempo apprezzata &#232; quella del risotto al tartufo, amata dagli estimatori di questo prezioso fungo. I tipi di riso per questa ricetta sono il carnaroli o il vialone nano.

 

Prima si prepara a parte un litro di brodo vegetale. Il brodo dovr&#224; essere il pi&#249; delicato possibile, per non coprire il tartufo. Va benissimo anche un brodo fatto con il dado, basta sceglierne uno non molto salato.

Mentre il brodo sta bollendo, tagliate finemente 1 scalogno (come sopra, una cipolla potrebbe avere un sapore troppo forte) e mettetelo con 350 grammi di riso in una pentola, preferibilmente d&amp;amp;#39;acciaio, di rame o stagno (se possibile evitate le antiaderenti o quelle in alluminio), per tostarlo con un filo d&amp;amp;#39;olio extravergine d&amp;amp;#39;oliva. La tostatura &#232; importante e da questa si distingue il classico risotto: tenete il riso qualche minuto a fuoco vivo senza aggiungere altro che l&amp;amp;#39;olio, finch&amp;amp;eacute; non avr&#224; ottenuto il caratteristico colore caramellato.

A questo punto si procede a sfumarlo con 1 calice di vino bianco, e ad aggiungere un po&amp;amp;#39; alla volta il brodo, stando ben attenti a non affogare il riso nel liquido, ma continuando ad aggiungerlo solo quando questo si consuma. Dopo circa 10-12 minuti di questo processo, con il riso ancora al dente (assaggiatelo per sicurezza), grattugiate 150 grammi di tartufo nella pentola, con una noce di burro, 1 cucchiaio di olio extravergine d&amp;amp;#39;oliva e parmigiano (a piacere).

Poi coprite la pentola e toglietela dal fuoco. Aspettate circa 3 minuti, poi saltate e dividete il riso con un cucchiaio, infine impiattate, aggiungendo un filo d&amp;amp;#39;olio e, se fa piacere, guarnendolo con qualche fettina sottile di tartufo. Cos&#236; il vostro risotto al tartufo sar&#224; pronto per essere gustato.
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Wed, 05 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>38</id>
   <title>Sformatini di zucca su fonduta di pecorino al tartufo nero</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Ecco uno sfizioso antipasto vegetariano ma dal sapore deciso, grazie alla presenza del pecorino e del nostro amato tartufo, il tutto alleviato dal presenza dolce della zucca, vera e propria base per questa ricetta. Per essere un antipasto, il tempo pu&#242; essere un po&amp;amp;#39; impegnativo (circa 1 ora e 40 minuti), ma la preparazione &#232; molto semplice, quindi non scoraggiatevi.

Ingredienti (porzioni per 4 persone)
500 g di zucca gialla                          -                     1 cipolla rossa
200 ml di besciamella (solida)           -                     1 uovo
100 g di pecorino a buccia rossa        -                     10 g di tartufo nero
Sale QB                                              -                     Pepe QB
Noce moscata QB                              -                     mascarpone 1 cucchiaio
Olio extravergine di oliva QB

Preparazione
Iniziate pulendo la zucca ed eliminando con cura la buccia. Poi tagliate la polpa, formando tocchetti non troppo grandi. A parte, sbucciate al cipolla per tritarla finemente. In una padella versate 3 cucchiai di olio EVO e soffriggete insieme zucca e cipolla a fuoco moderato. Dopo aver rosolato per bene zucca e cipolla, aggiungete mezzo bicchiere d&amp;amp;#39;acqua e regolate con il sale, continuate a cuocere finch&amp;amp;eacute; la zucca non sar&#224; diventata morbidissima, in genere per circa venti minuti.

Con una forchetta, schiacciate uniformemente la zucca, fino a renderla una sorta di purea, poi aggiungete besciamella, uovo, speziando con pepe e noce moscata a piacere. Prendete una teglia da muffin e ungetela per bene, facendo colare il composto negli stampini. Inserite nel forno preriscaldato a 180&amp;amp;deg; e cuocete per circa 20 minuti.
In una pentola apposita, grattugiate il pecorino per preparare la fonduta, mettendolo a cuocere con un cucchiaio di mascarpone.
Appena gli sformatini saranno pronti, impiattate versando un po&amp;amp;#39; di fonduta (un cucchiaino di solito &#232; sufficiente) sul piatto per adagiarci lo sformatino. Concludete il tutto grattugiando sopra del tartufo nero,  o per un miglior impatto visivo facendoci cadere alcune scaglie.
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   <categorie>Ricette</categorie>
   <pubDate>Thu, 06 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>39</id>
   <title>Influenze ambientali e sensibilit&#224; del cane</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>In precedenza abbiamo parlato di come si tratta un cane in linea generale e quando &#232; ancora un cucciolo, oggi invece andiamo a discutere di come reagire agli stati emozionali di un cane, per aiutarlo ad affrontare situazioni che pu&#242; trovare scomode o difficili.

Bisogna sempre ricordare che il cane &#232; un animale molto sensibile. Vive con passione conflitti interni, traumi, frustrazioni ed eventi negativi, arrivando a "sostituirli" con peculiari atteggiamenti.  Quando un cane guaisce, trema, raspa, morde reti o legno, si gratta con foga, ha paura talvolta le cause non sono fisiche, ma spesso c'&#232; dietro un motivo che lo ha sconvolto. Scoprire questo motivo &#232; il modo migliore per affrontare e correggere gli atti sostitutivi di scarico, ovvero gli atteggiamenti sopracitati che sopperiscono a un suo fastidio interiore. Anche gli uomini hanno atti di scarico, magari mettendosi a fumare, bere un goccio, lisciarsi la barba o altro.

I cani tendono ad irritarsi se non vengono rispettati certi orari e lo stesso con alcuni comportamenti se prima reiterati in sua presenza. Alcuni sono paurosi di natura e tendono a reagire mordendo, non per aggressivit&#224; ma per timore. Sono anche suscettibili ai cambiamenti, soprattutto se avvengono all'interno della famiglia di appartenenza (proprio quella del padrone) e potrebbero tenere comportamenti "strani" a causa di frustrazione o apprensioni in caso dell'arrivo di nuovi cani, della nascita di un bambino o del cambiamenti nella casa. A volte sono solo esuberanti, e necessitano della possibilit&#224; di sfogare la loro energia in maniera piacevole e costruttiva, o quantomeno diversa dall'abitudine sgradevole che hanno iniziato a mostrare.

Importante &#232;, come si diceva, comprendere sempre il motivo degli atteggiamenti che inizia a tenere. Magari il vostro cane ha iniziato a mordere la rete del box in cui lo tenete, con il chiaro intento di uscire. Invece di rinforzare la rete, sarebbe meglio dargli la possibilit&#224; di sfogarsi, quindi se non potete tenerlo in uno spazio pi&#249; ampio, lasciatelo libero o portatelo a camminare o correre.

Tutti questi disturbi in genere sono manifestati dalla giovinezza, che &#232; il periodo in cui si gettano le basi comportamentali future, quindi &#232; bene intervenire per tempo per correggerli. &#232; bene che il cane sia soggetto a stimoli diversi nel periodo giovanile, per questo l'ambiente in cui vive da cucciolo riveste una particolare importanza. Sempre pensando a non fornirgli stimoli o piaceri che poi gli saranno tolti in un secondo momento.

Un aspetto peculiare dei cani &#232; spesso la loro titubanza in luoghi sconosciuti. Qui si possono rivelare restii, impacciati, disorientati e incapaci a muoversi con sicurezza e decisione. Inutile dire che queste manifestazioni vanno modificate quanto prima, per non avere un cacciatore di tartufi impacciato nella ricerca in luoghi non conosciuti. Portarlo fin da giovane in ambienti diversi, tra la gente, con altri cani di solito &#232; un metodo efficace per ovviare a questa innata diffidenza. Ma se questo non basta potrebbe essere necessario chiedere il parere di un veterinario e, nella peggiore delle ipotesi, se questo tratto &#232; forte e immutabile fin da cucciolo, non pensare di poterlo rendere un cane da tartufi.

 
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Fri, 07 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>40</id>
   <title>Riproduttori</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Molti cani presentano eccellenti doti naturali e facili da affinare con un minimo addestramento; qualit&#224; che per il cacciatore di tartufi sono un requisito pressoch&amp;amp;eacute; fondamentale da avere nel proprio compagno animale. Ma come si individuano e scelgono i migliori riproduttori?

Per mantenere le caratteristiche desiderate &#232; necessario far riprodurre il proprio animale seguendo un metodo specifico e scientifico. Farsi quindi guidare solo dal &amp;amp;quot;buon senso&amp;amp;quot; pu&#242; portare ad errori comuni, come l&amp;amp;#39;idea che dall&amp;amp;#39;unione di un maschio con un tipo di difetto e una femmina con il difetto opposto (ad esempio, troppo alto il primo, troppo piccola la seconda) si vedranno nascere figli privi di difetti... finendo invece per avere cuccioli con l&amp;amp;#39;una (alti) o l&amp;amp;#39;altra caratteristica (bassi). C&amp;amp;#39;&#232; invece la possibilit&#224; di correggere un difetto, facendo accoppiare il cane con una controparte priva di quel difetto, ma perfetta anche in altre caratteristiche che si vogliono mantenere, come udito, olfatto etc.

In genere, si devono far accoppiare le femmine dopo che hanno superato i 2 anni ma non oltre gli 8, mentre i maschi dovrebbero avere pi&#249; di 2 anni ma non pi&#249; di 11. Ovviamente, molto dipende anche dalla razza e la questione pu&#242; variare un po&amp;amp;#39; da soggetto a soggetto, ma &#232; intorno ai 3 anni che un cane sviluppa al meglio tutte le sue caratteristiche, quindi &#232; intorno a questa et&#224; che si pu&#242; valutarne le doti. Cos&#236; come, in caso si voglia far accoppiare una cagna anziana, la scelta miglior per il partner ricade su un cane giovane.

Inutile dire che un altro aspetto molto importante, per quanto riguarda i riproduttori, &#232; tenere in ottima salute i propri animali, oltre all&amp;amp;#39;assicurarsi che siano privi di tare genetiche, quali gozzo, rachitismo, linfatismo o altro e non siano soggetti a malattie ereditarie, perch&amp;amp;eacute; si rischia di trasmetterle alla nuova generazione.

Tenuti conto dei riproduttori, il passo successivo per un allevatore (professionista o amatoriale) sar&#224; decidere se procedere con una riproduzione per selezione o per incrocio.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 10 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>41</id>
   <title>Riproduzione</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>I metodi principali per la riproduzione dei cani sono due: per selezione o per incrocio. Attraverso una certa valutazione e uno studio accurato, potremmo fare in modo che le future cucciolate siano costituite da cani con le caratteristiche di interesse per i cacciatori di tartufi.
Parlando di riproduzione per selezione, si intende l&amp;amp;#39;accoppiamento di due cani della stessa razza, e il cui scopo &#232; quello di migliorarne i caratteri dopo un&amp;amp;#39;attenta selezione dei riproduttori, soprattutto perch&amp;amp;eacute; gli animali potrebbero ereditare tratti dai nonni o dagli antenati, quindi i genitori scelti potrebbero trasmettere le loro caratteristiche a diverse generazioni a venire. Occorre quindi eliminare dalla riproduzione i cani con difetti fisici o psichici, che si potrebbero tramandare.
Se in un primo momento, nella riproduzione per selezione finalizzata alla ricerca del tartufo (ben diversa, ad esempio, da quella per sviluppare cani da caccia), si era preferito scegliere cani bastardi o non particolarmente di pregio, basandosi piuttosto sulle caratteristiche individuali, si &#232; poi sviluppata la tendenza a prediligere cani di razza pura o incroci di prima generazione.
Al contrario, la riproduzione per incrocio si ottiene accoppiando due razze diverse. In questo caso, si cerca di mischiare le caratteristiche migliori di due razze per ottenere un meticcio dalle qualit&#224; peculiari e uniche. L&amp;amp;#39;incrocio &#232; un metodo che d&#224; per&#242; buoni risultati (ai fini pratici) solo parlando di &amp;amp;quot;prima generazione&amp;amp;quot;, ovvero di quei cuccioli ottenuti dall&amp;amp;#39;accoppiamento di due cani di due razze pure diverse. Infatti, tentando poi di far accoppiare questi meticci, i risultati diventano del tutto imprevedibili. Le possibilit&#224; che nasca un cane dalle buone o eccellenti caratteristiche ci sono, ma &#232; cos&#236; improbabile da sconsigliare a priori questo metodo, che non fornisce alcuna certezza. Si consiglia quindi di limitare la riproduzione per incrocio, solo al metodo di &amp;amp;quot;prima generazione&amp;amp;quot;.

Un metodo sicuro per rafforzare i caratteri di una razza &#232; quello di far unire i cani per consanguineit&#224;, principalmente accoppiando madre e figlio (modo pi&#249; efficace). In questo modo i pregi si moltiplicheranno, ma anche i difetti, motivo per cui si devono scegliere esemplari in ottima salute, perfetti morfologicamente e psichicamente, senza tare o malattie recenti o remote. Si deve studiare al meglio il pedigree degli animali coinvolti, e per questo motivo l&amp;amp;#39;accoppiamento tra consanguinei viene di solito effettuato solo da persone esperte e competenti. Anche partendo da due genitori perfetti, eccedere in questo metodo pu&#242; portare di qualche minimo difetto, destinato poi a diventare sempre pi&#249; grave, da generazione a generazione.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Tue, 11 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>42</id>
   <title>Accoppiamento e gravidanza</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>In linea generale le cagne vanno in calore in primavera ed ogni 6 mesi dalla loro nascita. Una cagna nata in inverno andr&#224; in calore dopo il primo anno di vita, mentre quelle venute al mondo in estate tendono ad accorciare questo tempo, andando in calore anche prima di un anno. Sempre in genere, una cagna va in calore due volte l'anno, ma questa cifra potrebbe risultare minore o maggior in base allo specifico animale. La durata di questo periodo va dai 15 ai 25 giorni, e il momento migliore per farla fecondare &#232; intorno all'ottavo-dodicesimo giorno. &#232; bene assicurarsi di sverminare la cagna un mese prima dell'accoppiamento e farle seguire una dieta ricca di vitamina E; delle buone scelte potrebbero ricadere su fegato, uova e avena germinata, ricche di questa vitamina.
Pi&#249; semplice il discorso dal lato maschile, perch&#233; al fine di fecondare una cagna, un maschio alle prime esperienze dovrebbe essere semplicemente lasciato in sua compagnia per alcuni giorni, questo perch&#233; non c'&#232; certezza di fecondazione al primo tentativo, mentre gi&#224; con il successivo il risultato &#232; quasi sicuro.
L'accoppiamento necessita di un luogo tranquillo in cui consumarsi, senza distrazioni. Se possibile potrebbe essere utile presenziare all'evento in caso uno dei due animali abbia bisogno di aiuto. Ricordarsi di portare il maschio dalla femmina, e non viceversa. Dopo il coito &#232; bene per la cagna riposarsi e non essere spostata per almeno una giornata. Si sconsigliano viaggi, soprattutto lunghi. Per molti &#232; ormai una buona e pi&#249; controllata soluzione, la fecondazione artificiale, che pu&#242; risolvere molti problemi, tra cui rifiuto dell'accoppiamento o la distanza da percorrere.
Durante la gravidanza, la dieta della cagna dovrebbe essere sostanziosa, con carne abbondante, mentre &#232; buona norma diminuire pane e pasta, che tendono a farla ingrassare. La verdura si rivela molto utile in questo periodo, in particolare le carote, mentre &#232; bene somministrare la frutta solo cruda e grattugiata, per aiutarne l'assimilamento. Anche la somministrazione di prodotti vitaminici e sali minerali pu&#242; risultare utile, ma per questo &#232; sempre meglio consultare un veterinario o un allevatore professionista.
Il periodo della gravidanza varia da 58 a 65 giorni circa. Una buna pratica per tenere la cagna in forma e in forze &#232; portarla a spasso regolarmente, durante la gravidanza, ma &#232; meglio evitare qualsiasi attivit&#224; e sforzo negli ultimi dieci giorni circa, prima del parto.
Il momento del parto dovrebbe essere seguito (da uno specialista o almeno personalmente), in modo da aiutare la cagna in caso di bisogno, anche con massaggi lungo la colonna vertebrale per tranquillizzarla. Assistendo l'animale si evitano spesso perdite, danni e eventuali problemi ai cuccioli.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Wed, 12 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>43</id>
   <title>Cuccioli fino allo svezzamento</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Nelle prime tre settimane di vita, &#232; la madre a badare ad ogni bisogno dei cuccioli: li allatta, li scalda, li coccola, li tiene puliti e, se ce ne fosse bisogno, li protegge. Nella prima settimana i cuccioli iniziano ad aprire completamente gli occhi, mentre arrivano a raddoppiare il peso iniziale (in genere triplicandolo dopo tre o quattro settimane). Questo sviluppo dipende molto dalla quantit&#224; di latte prodotto dalla madre e dall&amp;amp;#39;appetito e dalla salute del piccolo.

Gi&#224; dal termine della seconda settimana, un cucciolo sar&#224; in grado di camminare, reggendosi bene sulle zampe, iniziando a distinguere cose ed esseri viventi che li circondano, sia con la vista che con l&amp;amp;#39;olfatto. Ghiotti di latte iniziano a contenderselo dalla ciotola con i fratelli. Anche per questo &#232; bene accompagnare lo svezzamento con latte artificiale: sia per aiutare la cagna (che gi&#224; di suo, dopo circa 3 settimane inizier&#224; ad allontanare sempre pi&#249; i piccoli), sia per fornire ad ogni cucciolo il necessario nutrimento a uno sviluppo forte e sano. In genere le scelte migliori (pi&#249; simili a quello di una cagna, come valori nutritivi) per sostituire il latte materno sono quelli di capra o di pecora, oppure gli appositi tipi di latte in polvere, in commercio proprio per i cuccioli di cane.

Intorno al trentesimo giorno inizia lo svezzamento, che deve essere graduale e curato. All&amp;amp;#39;inizio aggiungendo al latte materno carne macinata, omogeneizzati o apposito mangime per cuccioli. Man mano che il cucciolo cresce, il latte materno va sostituito con altri alimenti utili al suo sviluppo, come: pappe di farina di avena, orzo, riso, brodo, carne varia, pasta molto cotta, verdura, pezzettini di pane e qualche uovo, frutta, vitamina e sali minerali. In questo periodo, pu&#242; capitare che la cagna vomiti il cibo ingerito davanti ai suoi cuccioli e questi vogliano ingoiarlo avidamente; va bene, perch&amp;amp;eacute; cos&#236; facendo si rafforza la loro flora batterica, permettendogli di digerire meglio i nuovi cibi. Le quantit&#224; vanno aumentata man mano che il cane cresce, fino a passare a un&amp;amp;#39;alimentazione da adulto intorno ai 50-60 giorni dalla sua nascita, in cui ormai l&amp;amp;#39;allattamento materno sar&#224; concluso.

Ricordarsi che &#232; importante vaccinare il cane contro la gastroenterite tra il 45&amp;amp;deg; e il 50&amp;amp;deg; giorno di vita, sempre che non sia gi&#224; stata vaccinata la madre a met&#224; gravidanza. Attenti anche ai vermi, perch&amp;amp;eacute; i cuccioli sono molto soggetti a verminosi di vario tipo, che possono comprometterne la crescita.

Anche in seguito l&amp;amp;#39;alimentazione sar&#224; importantissima, perch&amp;amp;eacute; un cane da tartufi deve sopportare molte fatiche e deve essere in forma per svolgere al meglio il suo lavoro.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Thu, 13 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>44</id>
   <title>Insegnare i comandi (parte 1)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590499724_187242.jpg</image>
   <description>Addestrare un cane richiede tempo e pazienza. nel tempo, dovr&#224; eseguire ogni comando che gli si vuole insegnare alla perfezione anche e soprattutto se il cane &#232; tentato di disubbidire.

VIENI
Questo &#232; il comando per riportare il cucciolo a s&#233; sollecitamente. Mentre il cucciolo &#232; nel suo recinto o in cortile prima si pronuncia il suo nome e subito a seguire il comando vieni. Il tono deve e essere fermo e deciso, e come rafforzativo si pu&#242; unire a questa parola un gesto della mano. Una volta iniziato ad eseguire il comando vieni, si pu&#242; provare a sostituirlo con un fischio di richiamo Una volta nel cortile, il cucciolo sar&#224; soggetto a distrazioni varie e gli potrebbe occorrere del tempo prima di reagire al vostro comando, ma importante che sia lui a venire da voi e mai viceversa. Non andategli quindi incontro, nell'idea di favorire la sua risposta. Quando ha obbedito i vi raggiunge, sar&#224; bene premiarlo. Se il premio &#232; un boccone, non mostratelo prima che abbia eseguito l'ordine, altrimenti rischiate che sia attirato solo da quello.
Un cane recalcitrante a questo ordine potrebbe avere bisogno del supporto del guinzaglio retrattile per imparare ad eseguirlo. Dopo aver pronunciato l'ordine vieni, si pu&#242; "invitare" il cucciolo ritraendo il guinzaglio e portandolo verso di noi. Solo quando vicino a noi lo si potr&#224; premiare. L'invito del guinzaglio dovr&#224; man mano farsi meno presente, per non legare troppo l'ordine all'utilizzo dello strumento.
Continuando l'addestramento all'aperto nei boschi, quando siamo sicuri di poterlo lasciare libero, passiamo a un esercizio molto importante per legare il tartufaio al cane, e che permette a quest'ultimo di agire al meglio nelle zone boscose. Dopo aver lasciato il cane libero, ci si nasconde dietro una pianta, per poi richiamarlo con voce o fischio. Dopo un primo momento di spaesamento, il cane seguir&#224; la nostra voce per raggiungerci e sar&#224; poi felice di averci trovato e di essere ricompensato per questo.

VAI
Questo &#232; un comando molto facile da far assimilare al cane, vista l'innata voglia di libert&#224;. Si deve pronunciare la parola vai in ogni occasione in cui si voglia liberare il cane da una posizione precedentemente assunta, per incitarlo alla ricerca, ma anche per farlo uscire dalla porta o dallo sportello della macchina. In genere, quindi per renderlo libero di muoversi. Si deve impartire l'ordine quando libero dal guinzaglio o liberandolo da questo. Attenti a non prendere la sua obbedienza per mera voglia di correre o giocare. A questo fine, potrebbe essere utile alternare il comando vieni al comando vai. Se stranamente il cane &#232; restio ad eseguire questo comando, &#232; molto probabile che diventi un pigro poltrone.
</description>
   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Fri, 14 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>45</id>
   <title>Insegnare i comandi (parte 2)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590499739_977125.jpg</image>
   <description>Altri utili comandi da insegnare a un futuro cane da tartufi sono quelli legati alla capacit&#224; di un cane di seguire il tartufaio e di fermarsi, quando occorre.

Dietro
Importantissimo comando, che impedisce al cane di distrarsi quando non &#232; in ricerca attiva di tartufi e che gli impara a seguire il proprio padrone, in modo da conservare le energie per quando la "caccia" deve iniziare. Un sistema piuttosto semplice e in genere funzionale &#232; pronunciare il comando dietro strattonando leggermente il guinzaglio, finch&#233; il cucciolo non sar&#224; dietro di noi. Un altro metodo, se ne avete la possibilit&#224; &#232; quello di incamminarsi per una strada stretta o una carraia e mantenere il cane dietro di voi con una bacchetta lunga, utilizzandola come ostacolo fisico da non superare, e pronunciando la parola dietro.
All'inizio baster&#224; fargli eseguire il comando per breve tempo, prolungandolo poi man mano che l'addestramento procede. Non lasciate che il cane si liberi da solo da questo comando, seguendo l'istinto e il desiderio del momento, ma educatelo ad attendere il comando vai.

Seduto
Uno dei comandi pi&#249; classici, spesso insegnato anche ai cani domestici. Al tartufai &#232; utile per far si che il suo cane sappia attendere quando lui sta estraendo i tartufi dalla terra o quando il cane si trova lontano e ha individuato il tartufo. In certe occasioni pu&#242; facilmente sostituire i comandi fermo, terra o prendi.
Risulta facile insegnare questo comando, spingendo il posteriore del cane verso terra e pronunciando seduto, con al consueta decisione. In seguito, si potr&#224; sostituire la parola con un fischio, se si preferisce, cosa che si pu&#242; rivelare utile per impartire il comando da lontano, senza il bisogno di alzare la voce. Non preoccupatevi se all'inizio si siede di sbieco, ma correggetegli la seduta procedendo con l'insegnamento. Inoltre, nei primi tempi sar&#224; normale per il cane liberarsi in fretta da questa posizione, ma in seguito dovrete essere sicuri che sar&#224; il comando vai ad essere il segnale che gli permetta di rimettersi in movimento. Per ottenere questo, quando si alza senza aver ricevuto il comando vai, riportategli il posteriore a terra, pronunciando un deciso "no".

Terra
Un comando spesso riservato ai caratteri pi&#249; esuberanti, mentre &#232; poco utile se il vostro cane &#232; di indole collaborativa, ubbidiente o pigra. I tartufai usano questo comando per impedire ai cani di allontanarsi troppo da loro, o per evitare che corrano in modo indiscriminato (e talvolta pericoloso).

Si insegna questo comando partendo dalla posizione seduto, che dovr&#224; quindi essere ben appresa. Poi si inizia a ripetere "terra... terra" al cane, mentre si preme leggermente sul suo collo per farlo abbassare (o tirando con il guinzaglio) e al contempo, con l'altra mano, gli si mette davanti un boccone che si fa scendere verso il suolo. Mantenuta la posizione, anche per poco tempo all'inizio, lo si premier&#224; con il boccone e ordinando vai.
Una prova definita per essere sicuri che il cane abbia appreso perfettamente questo comando, &#232; lanciare lontano davanti a lui un boccone e ordinare terra, prima che lo abbia raggiunto. Se si sdraier&#224; al suolo, allora avrete vinto la sua naturale voglia di libert&#224;. In questo senso &#232; bene ricordare che l'indole del cane va in genere in senso opposto, quindi bisogna essere pi&#249; pazienti del solito nell'educarlo a questo comando, ripetendolo poi spesso finch&#233; non lo eseguir&#224; in maniera spontanea e disinvolta.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Mon, 17 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>46</id>
   <title>Insegnare i comandi (parte 3)</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590499748_459082.jpg</image>
   <description>Porta
Un comando utile a molti cani, anche a quelli domestici, che viene insegnato sfruttando la natura giocosa dei nostri animali. Molto utile per i cani da tartufo, perch&#233; in questo modo, in caso riescano a recuperare un tartufo a poca profondit&#224;, saranno in grado di riportarlo velocemente al tartufaio.
Usando uno straccio annodato si stuzzica il cucciolo alla presa, iniziando poi a contestargliela. Infine gli si sottrae lo straccio dalla bocca con delicatezza, per poi sventolarglielo davanti senza farglielo afferrare. Infine lo si premia con un boccone. Si passa alla fase successiva, tirando lo straccio e, quando il cane lo prende, iniziate a ripetere il suo nome e il comando porta. Se il cane ci riporta lo straccio e ci permette di riprenderglielo dalla bocca senza dover lottare, lo si ricompensa con un boccone. Se oppone qualche resistenza, continuate a ripetere porta, accarezzandolo, finch&#233; non desiste, e solo allora premiatelo.
In caso il cane, dopo aver afferrato lo straccio, non si avvicini ma si limiti a girarvi intorno, non andategli incontro, ma continuate a ripetere porta, finch&#233; non si avvicina a voi di sua spontanea volont&#224;. Se pare proprio restio ad avvicinarsi, ripetere l'esercizio con un guinzaglio, tirandolo a voi mentre pronunciate il comando. Anche per i cani pi&#249; ubbidienti, bisogno ripetere l'esercizio per diversi giorni, ed &#232; un bene variare gli oggetti che deve riportare, in modo che non creda di doverlo fare solo con una tipologia.

Gi&#249;
Se il cane &#232; propenso a saltare addosso alle persone, si pu&#242; percuoterlo leggermente con un giornale, pronunciando la parola gi&#249;. Ripetendo e insegnando questo comando si potr&#224; bloccare questo suo atteggiamento.

Su
Utile a far salire in macchina il cane, ma anche per farlo "scalare" un argine o un dirupo, se ne fosse intimorito. Iniziate appoggiando le zampe anteriori del cucciolo sul bordo basale dello sportello, accarezzandolo e spingendolo leggermente, pronunciando su, e premiandolo quando esegue il compito. Anche in questo caso potranno occorrere giorni per minare la sua diffidenza, ma una volta educato a eseguire l'ordine, baster&#224; pronunciare su, che lo vedremo salire in auto senza problemi.

Fermo
Se un cane in caccia si mostra avido e raspa con troppo vigore, quando ha individuato un tartufo, sar&#224; importante insegnargli questo comando. Trattenendolo per il collare, lo sposteremo lentamente, accarezzandolo e pronunciando fermo, premiandolo quando si sar&#224; calmato. In genere poi si utilizza il comando seduto, quindi spesso molti passano direttamente a quest'ultimo senza usare fermo come intermediario.

Bravo
Pi&#249; che un comando &#232; un complimento che si pronuncia, spesso insieme alle carezze, per far capire al cane che si &#232; comportato bene o ha eseguito al meglio i comandi nelle pi&#249; disparate situazioni. Spesso pu&#242; sostituire i premi in cibo, con un ovvio vantaggio pratico.

Cuccia
Un ordine di solito poco gradito, al contrario di via, per far rientrare il cane nel suo recinto. Lo si insegna, pronunciando cuccia e indicando il recinto, e le prime volte lanciando un boccone gustoso al suo interno. Un aiuto pu&#242; essere impartire l'ordine, poco prima del pasto che consumer&#224; nel suo recinto.

No
Un comando fermo e deciso da pronunciare ogni volta che il cane non rispetta o ignora gli ordini e si comporta male. Si usa quindi durante l'insegnamento di ogni altro comando e a volte anche in situazioni pi&#249; quotidiane.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Tue, 18 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>47</id>
   <title>Concimazione e fertilizzazione</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590415735_385027.jpg</image>
   <description>Concimazione e fertilizzazione delle tartufaie sono operazioni da eseguire con la massima cura, onde evitare di minacciare la sopravvivenza delle micorrize. La tecniche possono essere varie, ma non sempre la letteratura agronoma &#232; univoca riguardo la loro efficacia. Basta pensare che spesso i proprietari terrieri stanchi dei danni prodotti dai tartufai di passaggio, utilizzano la concimazione con stallatico, che ne distrugge le tartufaie; &#232; per&#242; capitato ad alcuni di ottenere un effetto opposto e ritrovarsi con un maggior quantitativo di tartufi proprio nelle zone in cui la concimazione era stata pi&#249; intensa.

Risulta quindi chiaro che prima di passare alla concimazione di una tartufaia ci si debba quindi informare accuratamente in merito, onde evitare danni al proprio terreno, e spesso limitandosi comunque ad operazioni mirate a integrazioni minerali, quando l'ambiente (dopo i risultati di analisi chimiche) mostra una carenza o uno squilibrio. Non si pu&#242; certo parlare di interventi in termini generali, avendo ogni territorio una specifica composizione chimica che andr&#224; analizzata con cura, se si vuole intervenire per concimare e ottimizzare le condizioni chimico-fisiche, necessarie allo sviluppo della micorriza. Queste operazioni si possono considerare necessarie, solo quando il terreno presenta le caratteristiche utili alle esigenze di crescita e sviluppo del tartufo ai limiti, magari comportando solamente l'aggiunta di sabbia di cava, calce o calcinacci o di breccino proveniente da territori poveri di calcare.

Anche l'utilizzo delle piante comari presenta benefici simili a quelle di una buona concimazione, ma con il difetto di introdurre piante che potrebbero entrare in competizione con quelle tartufaie per quanto riguarda gli elementi nutrizionali.

Un sistema non semplice e non troppo dispendioso che pu&#242; aiutare lo sviluppo e accrescere la produzione di tartufi &#232; quella della pacciamatura parziale, che consiste di ricoprire alcune parti della tartufaia con balle di paglia di grano molto piccole o di trifoglio. La sistemazione deve essere effettuata a fine inverno, al massimo all'inizio della primavera, con una disposizione a scacchiera a distanza non troppo regolare. &#232; bene lasciare le balle esposte alle intemperie invernali, in modo da sottoporle a una parziale decomposizione. Per sistemarle in modo che non siano soggette alla forza del vento, si dovranno poi ancorare con terra e sassi poste ai lati (non sopra), in modo da creare un blocco. Sotto queste balle si andranno cos&#236; a creare dei micrombienti che favoriscono lo sviluppo dei tartufi, grazie a umidit&#224;, attivit&#224; microbica e sostanze nutritive prodotte.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Wed, 19 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>48</id>
   <title>Conservazione dei tartufi</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590504526_777757.jpg</image>
   <description>La conservazione dei tartufi &#232; un passaggio fondamentale per mantenere il sapore e l&amp;amp;#39;aroma di questi pregiati funghi. Seccare i tartufi, in genere per mezzo di aria calda come si fa con i funghi, &#232; probabilmente &#232; un metodo utilizzato raramente, perch&amp;amp;eacute; non sempre efficace per mantenerne le caratteristiche organolettiche, mentre il pi&#249; comune e diffuso &#232; l&amp;amp;#39;inscatolamento.

A livello industriale, l&amp;amp;#39;inscatolamento dei tartufi viene effettuato con l&amp;amp;#39;utilizzo di barattoli di vetro (o pi&#249; raramente di scatole di latta) sterilizzati a vapore sotto pressione e sigillati. I tartufi selezionati vanno accuratamente lavati e spazzolati per poi conservarli al naturale o in liquidi di governo come vini liquorosi (madera o marsala)  o una soluzione di salamoia al 3%. Alcuni, prima dell&amp;amp;#39;inscatolamento spolverano i tartufi con il sale e li lavano con del vino bianco. Parte poi l&amp;amp;#39;opera di sterilizzazione dei barattoli scelti.

Un produttore non interessato a coprire anche il ruolo di industriale del settore, la conservazione diventa una faccenda pi&#249; &amp;amp;quot;domestica&amp;amp;quot; ma non certo meno importante, soprattutto perch&amp;amp;eacute;, come la maggior parte dei prodotti alimentari, il tartufo &#232; soggetto a deteriorabilit&#224;, quindi tra la conservazione e la vendita non pu&#242; trascorrere troppo tempo, pena la svalutazione del prodotto. Sono diversi i metodi con cui i tartufai (non industriali) conservano i loro tartufi a peridio nero, e tra questi due sono quelli con maggior seguito, che permettono di mantenere gli esemplari integri per 1-2 settimane:
- riporre i tartufi tra terra sabbiosa in un luogo fresco e buio;
- spazzolare delicatamente e lavare la superficie del tartufo, per poi asciugarlo bene con carta da cucina o un panno asciutto (e non impregnato di odore di detersivi) per poi conservarlo in un contenitore pieno di sabbia asciutta, riso o argilla secca polverizzata e posto in un luogo fresco.

Un metodo che ne permette la conservazione per 2-3 settimane, ma richiede pi&#249; attenzione e di solito &#232; destinato a piccoli quantitativi, consiste nel lavare, spazzolare e avvolgere il tartufo in carta d&amp;amp;#39;alluminio, dopo averlo perfettamente asciugato, per poi riporlo nello sportello del frigorifero dedicato alla frutta. Ogni 3-4 giorni il foglio d&amp;amp;#39;alluminio andr&#224; poi aperto per arieggiare i tartufi e poi subito richiuso.

Conservare i tartufi bianchi &#232; pi&#249; difficile visto che sono soggetti a un pi&#249; rapido deperimento. Gi&#224; solo mantenerlo per una settimana richiede cura e attenzione. Un buon metodo &#232; quello di avvolgere i tartufi in carta porosa, cambiando la carta una volta al giorno. Se il luogo scelto &#232; la scomparto della frutta del frigorifero (le altre zone non sono adatte), il cambio della carta dovrebbe essere effettuato due volte al giorno. In quest&amp;amp;#39;ultimo caso, si tenga conto che gli altri alimenti rischiano di assorbire (e solo raramente modificare) l&amp;amp;#39;odore del tartufo. Anche la conservazione nel riso risulta efficace, con il piccolo vantaggio di profumare il riso con l&amp;amp;#39;aroma del tartufo.

Per quanto riguarda il trasporto dei tartufi conservati, con i bianchi si &#232; rivelato funzionale l&amp;amp;#39;utilizzo di borse termiche refrigerate. I tartufi a peridio nero puliti e stratificati negli stessi materiali possono essere spediti in scatole di plastica a tenuta con qualche foro o in cassettine di legno. Un altro metodo pu&#242; essere quello di inserire i tartufi ben puliti e avvolti in un panno, dentro barattoli di vetro chiusi saldamente.

 
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Thu, 20 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>49</id>
   <title>Difesa delle tartufaie 1</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590500468_877161.jpg</image>
   <description>Sono molti i "nemici" naturali delle tartufaie che possono incidere in maniera sensibile se non devastante sulla produzione dei tartufi, basta pensare alla rilevanza che hanno le precipitazioni piovose o la siccit&#224;, tanto per citare i pi&#249; famosi. Tolto l'uomo, a suo modo capace di creare gravissimi danni ma da cui &#232; impossibile difendersi, per ogni tipo di nemico, il tartuficoltore pu&#242; tenere un certo tipo di reazione per limitare i danni o, meglio ancora evitare i problemi alla radice. Analizziamo in particolare quali sono gli agenti biologici che pi&#249; comunemente mettono a rischio le tartufaie e come difenderle.

Malattie microbiche delle piante ospiti
Sono numerose le malattie di origine fungina che attaccano querce, pioppi, noccioli e le piante in genere. L'aspersione di zolfi bagnabili o polverulenti, fungicidi o sospensioni di poltiglia bordolese sono in grado di combattere le malattie fungine nella maggior parte dei casi in cui l'attacco colpisce l'apparato fogliare oppure i tessuti corticali. Se la malattia sta provocando la carie del legno (come nel caso di Stereum o Polyporaceae) l'intervento migliore &#232; spesso l'abbattimento della pianta colpita, per evitare che la malattia si diffonda ad altre ancora sane. Una pericolosa infezione &#232; quella dell'Amarillaria mellea, che comporta la crescita del comune chiodino o famigliola, perch&#233; si diffonde rapidamente nel terreno passando da radice a radice e porta alla morte degli alberi contagiati. Le malattie batteriche o virali in genere sono meno importanti.
Un manuale di patologia vegetale potr&#224; rivelarsi l'aiuto migliore per avere dettagli specifici, riguardo la comparsa di queste malattie e del modo in cui trattarle.

Animali parassiti delle piante ospiti
Parliamo di quegli insetti che nidificano, posano le larve o si fermano di passaggio sulle piante per mangiarne le foglie o i germogli, arrivando a danneggiarne o distruggerne le chiome, finendo per inficiare le normali funzioni fisiologiche dell'albero, incidendo fortemente sulla produzione tartuficola. Tra questi troviamo ad esempio le processionarie, la diapari, i tortici e diversi altri animali parassiti. Anche gli insetti che scavano gallerie nel tronco degli alberi si rivelano altrettanto pericolosi. Appositi insetticidi, aspersi sulla pianta saranno in genere sufficienti a debellare il problema, ma anche in questo caso, un testo di patologia vegetale pu&#242; rivelarsi molto utile per venire a conoscenza di dettagli e metodi di difesa specifici. A prescindere un controllo costante della tartufaia si rivela indispensabile per notare la comparsa di questi animali parassiti o del loro passaggio.  
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Fri, 21 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>50</id>
   <title>Difesa delle tartufaie 2</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Animali mangiatori di tartufi
Il tartufo ha un aroma forte e unico proprio per permettere agli animali che se ne cibano di riconoscerlo e trovarlo in modo che cercandolo finiscano per disperderne le spore e assicurare la sopravvivenza della tartufaia. Ma se questo &#232; un evento biologico importante per la normale sopravvivenza di una tartufaia, l&amp;amp;#39;intervento distruttivo dei tartufi da parte di animali (vertebrati e invertebrati)  &#232; ovviamente da scongiurare se stiamo coltivando una tartufaia a scopi economici.

Tra i pi&#249; comuni mammiferi mangiatori di tartufi troviamo ovviamente maiali e cinghiali, ma anche volpi, tassi e topi; questi possono quindi attaccare la tartufaia provocando ingenti danni alla tartuficoltura. I pi&#249; pericolosi (anche per l&amp;amp;#39;uomo) sono probabilmente i cinghiali, presenti in buon numero nelle zone appenniniche. Se per i mammiferi pi&#249; grandi, e anche per i raccoglitori di frodo, delle solide recinzioni e l&amp;amp;#39;opera di vigilanza tramite cani da guardia si rivelano di norma precauzioni molto valide e sufficienti a tenerli a distanza, per quelli pi&#249; piccoli, come i topi, sar&#224; necessario piazzare trappole o esce velenose.

Il discorso cambia per quanto riguarda i piccoli invertebrati che possono colpire specificatamente le tartufaie, come la mosca del tartufo (Helomyza tuberiperda), le cui larve si sviluppano proprio all&amp;amp;#39;interno dei tartufi, oppure ad altri insetti che sono golosi di questi tuberi e se ne nutrono, arrivando ad infestare una tartufaia, come ad esempio numerose specie di coleotteri. Per questi esistono metodi specifici in base al tipo di animale, che devono essere attuati tempestivamente. Ma anche invertebrati e divoratori occasionali possono creare danni ingenti a una tartufaia. Tra questi probabilmente il peggior nemico dei tartufi &#232; la lumaca, la cui attivit&#224; &#232; fortemente condizionata e legata all&amp;amp;#39;umidit&#224; della zona. Proprio per questo, spesso, &#232; sufficiente spargere esche velenose mirate a questi animali dopo le piogge o le irrorazioni, onde evitare che si mangino i nostri tartufi. Un vecchio ma ancora funzionale metodo per tenere sotto controllo i piccoli invertebrati &#232; sfruttare una piccola quantit&#224; di pollame che se ne vada a cibare.

Microrganismi parassitari dei tartufi
Diverse muffe (Verticillium, Penicillium, Fusarium e simili) possono attaccare i carpofori e finire per produrre rapidamente marciume. Se &#232; raro che un attacco di muffe colpisca il terreno di una tartufaia &#232; altrettanto vero che &#232; la principale causa del deterioramento dei tartufi in seguito alla raccolta. Per evitare che questo accada &#232; necessario seguire precisi metodi di conservazione a breve, medio e lungo termine, in base all&amp;amp;#39;utilizzo che vorremo fare dei nostri amati tartufi. Ci sono anche parassiti specifici dei tartufi europei che provocano danni simili alle muffe, come la Batterina, a cui &#232; bene fare attenzione.  
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 24 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>51</id>
   <title>Difesa delle tartufaie 3</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/</image>
   <description>Potrebbe sorprendere ma sono proprio i funghi ectomicorrizici a sferrare il maggior attacco alla tartuficoltura. Infatti, nella spinta alla sopravvivenza, questi funghi tentano di sostituire i miceli dei tartufi per prenderne il posto nel rapporto micorrizico con la pianta. Per l&amp;amp;#39;interno arco vitale della pianta tartufaia questa competizione &#232; viva e attiva. Quando uno dei milioni di apici radicali si accresce, sono centinaia le spore e i miceli che tentano di raggiungerlo per formare la simbiosi micorriza. Ovviamente, i favoriti in questa competizione sono i miceli che gi&#224; micorrizano le zone vicine a quella che si sta accrescendo. Altre specie si possono inserirsi favoriti da particolari cambiamenti ambientali. Quella dei tartufi &#232; una micorriza non particolarmente aggressiva, tanto che diversi esperti la definiscono soccombente. Di certo questo atteggiamento viene mitigato dalla moderna tartuficoltura tramite sterilizzazioni e inoculazioni massicce e mirate, che tendono a rendere esclusiva la micorrizazione con il tartufo.

In terreni aridi e calcarei la vegetazione di una tartufaia si comporta come pionieristica e se le condizioni climatiche e ambientali sono ottimali, sar&#224; sempre la micorriza del tartufo a prendere il sopravvento sulle altre. Sempre che le date condizioni non cambino, portando a situazioni variabili. Le lavorazioni colturali servono tanto a mantenere queste condizioni, quando ad evitare che la tartufaia evolva verso la formazione vegetale tipica dell&amp;amp;#39;area in cui si trova. Se la vegetazione fosse libera di svilupparsi a proprio piacimento e senza controllo umano, si potrebbe arrivare ad un eccessivo infoltimento, con conseguente eccessivo ombreggiamento del suolo e formazione di una lettiera. A questo punto, le condizioni chimiche del terreno cambierebbero fino a portare altri funghi micorrizici a prendere il posto del tartufo. Senza un intervento colturale, pi&#249; &#232; vasta la zona della tartufaia pi&#249; &#232; veloce questo cambiamento ambientale, che porta il terreno ad essere sfavorevole alla micorriza del tartufo.

La presenza di micorrize estranee &#232; facilmente individuabile, in genere prima nelle fasce esterne della tartufaia, con la comparsa di corpi fruttiferi diversi dai tartufi. Questi carpofori possono presentarsi in superficie, con la forma di funghi a cappello e gambo, oppure nel sottosuolo, ed essere sferoidali come i tartufi. Purtroppo, tra le micorrize pi&#249; pericolose e in competizione con il tartufo troviamo la micorriza prodotta dal Coenococcum geophilium, rilevabile solo da esperti specializzati e altrimenti quasi impossibile da individuare.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Thu, 27 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>52</id>
   <title>Messa a dimora piante tartufigene</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590414355_239317.jpg</image>
   <description>Per preparare il suolo ad accogliere in maniera ottimale le piante tartufigene e cos&#236; favorirne l'attecchimento, e portare quindi allo sviluppo e la produzione di tartufi, si dovranno effettuare una serie di lavorazioni preparatorie, da iniziare per tempo.
Un anno prima della messa a dimora delle piante, ci si dovr&#224; occupare del dissodamento del terreno, azione necessaria e finalizzata a rimescolarne i vari strati, alleggerirlo, arieggiarlo, in modo che sia esposto all'azione disgregante degli agenti atmosferici. Sar&#224; compito dello strumento utilizzato (es: aratro o erpice) estirpare completamente la vegetazione erbacea ed arbustiva, operando fino a 20-30 centimetri di profondit&#224;. Insieme al lavoro di dissodamento ci si dovrebbe prendere cura di eliminare alberi improduttivi e grossi massi presenti nell'area scelta.
Poco prima che avvenga la messa a terra delle piantine si deve operare un'ulteriore erpicatura superficiale, allo scopo di spianare il terreno, completare la sua frantumazione e poi eliminare la vegetazione che nel frattempo si &#232; venuta a ricreare. Terminata questa operazione, si passer&#224; a delimitare con un aratro le linee di filare del terreno, orientate da est a ovest e la cui profondit&#224; massima deve essere di 15 centimetri. La distanza delle linee, cosi come quella delle buche destinate ad accogliere le piantine (profonde 35-40 cm e larghe 40-50 cm), deve corrispondere allo schema dell'impianto prescelto.
Sul fondo si pu&#242; deporre una rete, una mattonella o una pietra piatta. Soprattutto in caso di terreni profondi &#232; consigliato un fondo piatto, sempre utile a costringere le radici ad assumere un andamento superficiale, ovvero la configurazione ottimala tra radici e micelio fungino, che potr&#224; portare a una forte micorrizazione e ad un'ottima produzione di tartufi. Questa piccola strategia non &#232; ben vista da tutti gli esperti, anche perch&#233; pu&#242; rendere la pianta meno stabile ed esporla al forte vento, inoltre si rivela comunque inutile in caso si utilizzino piantine diverse dalla querce o con piante di quercia prive di radice fittonante.
Sollevate il fondo della buca di 15-20 cm con terra proveniente dalla scavo o, meglio ancora, da tartufaie in attiva produzione. Evitate terreno sterile, in simbiosi con altri funghi o quello proveniente da aree con essenze arboree ectomicorriziche.
Assicurandosi di preservare il pane di terra, estraete la pianta tartufiera dal vaso in cui risiede per collocarla in una delle buche preparate. Per innestarla al terreno, utilizzate terra fine della stessa origine di quella utilizzata per innalzare il fondo della buca. Se il terreno &#232; umido o agnato, pigiate leggermente sul terreno di riempimento, che deve essere superiore al livello del suolo, al contrario se &#232; asciutto, zappettate intorno e innaffiate per favorire l'adesione del pane di terra al suolo.
I mesi consigliati per la messa a dimora delle piante tartufiere sono marzo e aprile, anche se l'autunno viene talvolta preferito.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Fri, 28 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
   </item><item>
   <id>53</id>
   <title>Metodo di coltivazione Talon</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590417861_343264.jpeg</image>
   <description>Da quando un contadino francese (Talon) scopr&#236; come sviluppare la coltivazione dei tartufi, questa specialit&#224; agraria ha ovviamente fatto molti progressi, eppure da allora il metodo Talon pu&#242; ancora riassumersi con il motto "se volete i tartufi seminate le ghiande". Questa idea &#232; stata sostenuta dalla credenza che le ghiande tartufigene (ovvero quelle raccolte sotto piante di quercia tartufigena) avessero le innate capacit&#224; necessarie alla produzione di tartufi. In seguito, per&#242;, gi&#224; dagli inizi del 1800 i micologi sostenevano come le ghiande tartufigene fossero ben diverse dalle comuni ghiande prive invece delle caratteristiche necessarie per far crescere tartufi.

Infatti, il metodo Talon ha scarse probabilit&#224; di successo, ed &#232; oggi relegato a mera curiosit&#224; storica, nonostante alcuni decenni fa fosse ancora abbastanza seguito. Anche raccogliendo ghiande sotto querce tartufigene e seminandole poi con cura in terreni che gi&#224; dispongono di tartufaie naturali, l'incidenza di crescita e produzione di tartufi rimane estremamente bassa.

Nel 1930, presso la celebre area tartuficola presente nella zona del Furlo (verso Pesaro, in centro Italia), fu sperimentato questo metodo su vasta scala da Francesco Fracolini (noto agrario) in collaborazione con il Corpo Forestale, con l'utilizzo e la seminazione di numerosissime ghiande presupposte tartufigene, importate dalla Francia. Le ghiande diedero vita a circa 4000 piante di cui, tra il 1938 e il 1955, solo 250 diedero il via alla produzione di tartufi. Un misero 6%, per ben 6 ettari di terreno rimboschito (con un raccolto annuo di circa 300 Kg di tartufo).

Per quanto funzionante, il metodo Talon ha un'incidenza di successo davvero troppo bassa per giudicarlo fruttuoso ai nostri tempi. La sua fama (ottenuta soprattutto in Francia) deriva infatti sia dall'essere stato il primo metodo utilizzato, ma soprattutto dal buon reddito finanziario che forniva in quei tempi di condizioni economiche scarse per la popolazione, nonostante il prodotto fosse sempre oggettivamente modesto. Inoltre, utilizzando aree molto vaste per la tartuficoltura, si finiva sempre per calcolare la produttivit&#224; finale complessiva e non la resa delle singoli superficie: un approccio che oggi sarebbe fortemente errato per chiunque voglia investire (e avere quindi reddito) in un qualsiasi settore agro-forestale.

Gi&#224; dagli anni '60, grazie anche all'influenza di Mannozzi-torini, la coltivazione dei tartufi avviene per mezzo di piantine micorrizate in laboratorio ed allevate in serra, in grado di garantire un ottimo margine di successo al coltivatore (ma portando a un aumento dei costi di produzione).
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Wed, 26 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>54</id>
   <title>Micorrizare le piante in casa</title>
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   <description>Sono due i metodi per sviluppare in proprio la micorriza nelle piantine che poi andremo a piantare per ottenere piante tartufigene: approssimazione radicale e inoculazione sporale.

Per quanto riguarda l'approssimazione radicale si dovranno mettere a contatto due o pi&#249; piantine, con una simbiosi micorriza gi&#224; sviluppata in almeno una di quelle prescelte. Si tratta di replicare il processo con cui gi&#224; la natura si occupa di dare vita alle piante tartufigene, ovvero con le spore che si attivano e vanno ad innestarsi nelle piante che ne sono sprovviste, quindi siamo di fronte ad una tecnica dal lungo processo e non certo priva di rischi.

In primo luogo sar&#224; necessario avere un adeguato contenitore, come una vecchia vasca da bagno o un recipiente altrettanto grande, che disinfetteremo con cura grazie a prodotti specifici, come l'amuchina. Sar&#224; necessaria della terra da depositare nella vasca e che andr&#224; accuratamente sterilizzata, per farlo basta una vaporiera o una pentola e uno scolapasta che andr&#224; riempita di terra. Versate dell'acqua nella pentola e appoggiate ci sopra lo scolapasta, evitando di far toccare l'acqua alla terra. Coprendo con un coperchio, fate bollire per 2-4 ore, poi lasciate lo scolapasta in un luogo asciutto per farlo raffreddare. Posta la terra nella vasca, ci innesteremo le piantine micorrizate, adagiandovi in cerchio i semi di alberi simbionti (entrambi da procurarsi in precedenza). Nel corso del processo di crescita (che pu&#242; durare anche 1 anno) continuate a bagnare la terra, senza far depositare l'acqua sul fondo.

L'altro metodo previsto &#232; l'inoculazione sporale, un metodo pi&#249; fruttifero dell'approssimazione radicale, ma non privo di rischi, dovuti soprattutto alla possibilit&#224; che funghi e microorganismi danneggino le spore tartufigene se la terra non &#232; accuratamente sterilizzata. Questa tecnica consiste nello spargere tartufi marci o al culmine della maturazione sul terreno in presenza di semi da poco germinati.

Per sterilizzare la terra seguite il metodo consigliato per l'approssimazione radicale. Procuratevi dei vasetti e lavateli e sterilizzateli con l'amuchina o qualche prodotto analogo. Vi occorreranno semi di un albero simbionte, da immergere nell'amuchina per 24 ore al fine di sterilizzarli. I tartufi scelti per questa operazione andranno lavati con cura e sterilizzati passandoli su una fiamma viva, per conservarne la sterilit&#224; nel congelatore finch&#233; non sarete pronti a sminuzzarli e immergerli nell'acqua distillata per circa una settimana. Concluse le varie sterilizzazioni, inserite la terra nei vasetti, deponete il seme al centro e annaffiate con l'acqua distillata (ora tartufata) circa una volta alla settimana. Solo verso il sesto o settimo mese dalla semina trapiantate le piantine nella loro sede definitiva.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Sat, 29 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>55</id>
   <title>Potatura di Bosredon</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590501890_247338.jpg</image>
   <description>L'importanza della potatura delle piante tartuficole &#232; evidente si pensa che da questa dipende l'ombreggiatura e di conseguenza l'umidit&#224; di una tartufaia. Il lavoro di potatura deve quindi essere eseguito con cura e consapevolezza, per non rovinare o pregiudicare la produzione di tartufi, e richiede di conseguenza una certa abilit&#224; manuale. Il sistema di potatura di Bosredon che andiamo a sottoporvi &#232; particolarmente indicato per la coltura dei tartufi a peridio nero, sensibili all'ombreggiamento della tartufaia. Al contrario la coltivazione del bianchetto e del tartufo nero &#232; favorita da un terreno umido e ombreggiato e dalla vegetazione folta, quindi non presentano una simile esigenza.

Bosredon ha schematizzato e codificato i passi di quella che &#232; in sostanza un potatura moderata e graduale, progressiva e scaglionata nel tempo e relativa agli interventi su querce tartuficole. Ecco i 4 passi da seguire per svolgere una precisa opera di potatura sulle piante della nostra tartufaia:
1 - fino ai 4 anni di et&#224; permettere solo la crescita di un unico fusto, al fine di correggere i portamenti cespugliosi e rinvigorire la pianta;
2 - tra i 5-6 anni circa, occorre dare alla pianta (ormai alta intorno a 1 metro) una forma ovale, che parta da 25 cm circa dal suolo e potarla per sfoltire i rami soprannumerati e i succhioni, alleggerire con tagli corti i rami laterali, risparmi i rami mediani e non sfoltisca troppo la chioma;
3 - dai 6 ai 10 anni della pianta la potatura andr&#224; interrotta appena inizia a produrre tartufi. Ci si pu&#242; limitare i rami bassi, per evitare che in questa zona si formino succhioni;
4 - dopo 10 anni, se ancora un albero non ha prodotto tartufi lo si pu&#242; accorciare per renderlo pi&#249; vigoroso, se invece &#232; gi&#224; fin troppo vigoroso si taglieranno e torceranno i rami verticali; se l'albero produce si devono diradare i rami, soprattutto se la produzione mostra un calo; se invece ha smesso di produrre lo si recida per ripartire dal ricaccio.

Bosredon ci ricorda che la forma finale e completa dell'albero si raggiunge nel corso degli anni (circa 12 in media) e tentare di risolvere tutto con un'unica potatura &#232; ovviamente un errore che pu&#242; pregiudicare l'intero lavoro. &#232; importante ricordare che appena gli alberi iniziano a formare il pianello nel suolo, si deve sospendere ogni tipo di potatura e non toccare pi&#249; il tronco n&#233; i rami, almeno fino a quando la tartufaia non sar&#224; in piena produzione. Quando questo avviene, si pu&#242; tornare a ritoccare la pianta per portarla verso la forma desiderata, cio&#232; quella che alla fine del lungo processo assicura la pi&#249; corretta modificazione della porzione di terreno della tartufaia.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Sun, 30 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>56</id>
   <title>Tartufaie: innaffiatura e protezione dalla siccit&#224;</title>
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   <description>Stando ai vecchi tartufai, in genere, in 30 anni di attivit&#224;, per una tartufaia, si calcolavano in media circa 5-6 annate favorevoli alla produzione di tartufi neri. Queste loro intuizioni sono state confermate negli anni successivi da studi scientifici avanzati da esperti in materia, che hanno scoperto come l'andamento della produzione ha una forte correlazione con le precipitazioni che avvengono durante i mesi estivi. Per questo molti esperti tartuficoltori sono soliti irrigare le loro tartufaie con un sistema a pioggia durante i mesi estivi, per poter usufruire di una costante produzione annuale. L'esame biologico del Tuber nigrum ha infatti chiarito come siano i mesi estivi quelli predisposti alla formazione del corpo fruttifero.

Stando agli studi effettuati, dopo il mese di aprile, l'apporto idrico necessario ad una tartufai per velocizzare la fruttificazione dei tartufi si attesta intorno ai 50 mm circa. Una quantit&#224; per cui spesso le naturali precipitazioni piovose non sono sufficienti, da cui la necessit&#224; di dare al terreno la giusta umidit&#224; utilizzando irrigazioni artificiali. Durante questa pratica, bisogna sempre ricordarsi di lasciare la tartufaia in un periodo di siccit&#224; di almeno 2-3 settimane, durante il mese di luglio, al fine di stimolare il micelio del tartufo a iniziazione del corpo fruttifero.

Seguendo anche un detto francese sulla tartuficoltura "quando piove a San Rocco (il 16 agosto) i tartufi crescono anche sulle rocce", anche solo irrigando durante le ultime due settimane di agosto, con circa 30-40 mm d'acqua, si ottengono enormi benefici.

Stimare il quantitativo delle precipitazioni piovose pu&#242; essere fatto seguendo il meteo, ma anche scavando il terreno si pu&#242; scoprire fin dove arriva l'umidit&#224;. In genere con 50 mm di pioggia, anche frazionati, in genere si raggiungono i 20 cm di profondit&#224; complessiva nel terreno. L'assorbimento senza ristagno dell'acqua &#232; fondamentale e bisogna adoperarsi per questi attraverso lo studio del terreno e la sua lavorazione superficiale. Se si tratta di terreni con una struttura argillosa e abbastanza compatta, scarsamente sabbiosi e poco ciottolosi, sar&#224; meglio un approccio frazionato ai quantitativi di acqua mensile da irrigare.

Se l'irrigazione complementare durante l'estate &#232; utile a produrre tartufi a fruttificazione estiva (anche per i tartufi a maturazione autunnale o invernale), irrigare nei mesi tardo invernali e in primavera &#232; importante per produrre quelle specie di tartufi che maturano in primavera-estate, soprattutto nelle zone mediterranee.

Se non si ha a disposizione un sistema di irrigazione, pu&#242; essere utile tenere presente che gi&#224; il numero di ciottoli presenti nei terreni adatti ai tartufi neri servono a garantirne un certo grado di umidit&#224;. Per costituire una difesa contro la siccit&#224; dei mesi estivi, si pu&#242; coprire la tartufaia con materiale vegetale, come rami di ginestre, querce, ginepri etc o addirittura impilando strati di paglia. Ma &#232; consentendo la crescita controllata di piante non ectomicorriziche a portamento cespuglioso che si costituisce il sistema pi&#249; economico per difendersi dalla siccit&#224; estiva, grazie alla creazione naturale di zone d'ombra e al supporto degli apparati radicali delle piante comari.
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   <categorie>Notizie</categorie>
   <pubDate>Mon, 31 Dec 2018 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>57</id>
   <title>Lagotto Romagnolo</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590414021_587756.jpg</image>
   <description>Tra i cani da tartufo che pi&#249; spesso accompagnano i cercatori del prezioso fungo, spicca di certo il Lagotto Romagnolo, che forse meriterebbe forse il riconoscimento di "pi&#249; utilizzato", vista la grande diffusione e le ottime caratteristiche che lo contraddistinguono.

Il Lagotto Romagnolo &#232; un cane di piccola media taglia, proporzionato e dal pelo riccio e lanoso, di colore bianco (uniforme o macchie), marrone o arancio uniforme, con chiazze bianche soprattutto con l'avanzare dell'et&#224;. Con una regolare tolettatura, una o due volte l'anno, non si hanno particolari problemi a tenergli in ordine il pelo, non soggetto a muta, anche se richiede un taglio costante, per evitare la formazione di cordoni. Sempre grandi e rotondi, gli occhi tendono a variare dal giallo al marrone scuro.

Se per l'aspetto, ad una prima occhiata, pu&#242; sembrare un barboncino, si nota subito qualcosa di rustico nel lagotto, che lo contraddistingue. In media i maschi hanno un'altezza al garrese di circa 46 cm, per un peso di 14-15 Kg, mentre le femmine misurano in genere 43 cm e con un peso di 12-13 Kg. Vive di media 16 anni, e proprio la sua rusticit&#224; lo rende robusto e in genere incline a manifestare pochi problemi di salute.

Nato per lavorare ed essere attivo, ci&#242; che rende il lagotto un perfetto cane da tartufo &#232; l'olfatto finissimo e l'innata voglia di scavare. Quest'ultima a volte pu&#242; creare problemi ai proprietari, che devono assicurarsi di addestrarlo al meglio per evitare che riempia di buche il giardino di casa; problema a volte risolto dedicandogli (con l'addestramento) solo un angolo a questo scopo, in modo che possa sfogarsi. Affettuoso, fedele, facilmente addestrabile e con un istinto al riporto, &#232; anche privo di esigenze particolari, quindi &#232; facile capire perch&#233; molti prediligono questa razza per la ricerca del tartufo. Anche come animale domestico da compagnia il lagotto non &#232; privo di pregi, perch&#233; socializza con gli altri animali (soprattutto se ci convive dalla pi&#249; tenera et&#224;) verso cui non &#232; aggressivo ed &#232; propenso all'attivit&#224; fisica, quindi anche al gioco. Si dimostra anche un eccellente nuotatore e non teme le acque pi&#249; fredde, grazie anche al mantello molto impermeabile.

Il lagotto romagnolo ha il suo riconoscimento come razza a livello mondiale solo nel 2005, mentre quello a livello internazionale risale gi&#224; al 1995. Se nei primi tempi si poteva trovare solo in Romagna (come il nome suggerisce), sono ora presenti allevamenti in tutti Italia in cui poter acquistare un cane di questa particolare razza, perfetta per la caccia al tartufo. Sia come cane da cerca di tartufo, sia come cane da compagnia, il lagotto romagnolo vale il suo prezzo, che ad oggi in genere si attesta tra i 600 e i 1000 euro.
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   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Tue, 01 Jan 2019 00:00:00 UTC</pubDate>
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   <id>58</id>
   <title>Pointer</title>
   <image>https://amministrazione.tartufi.com/allegati/news/1590416934_830065.jpg</image>
   <description>Dopo una lunga diatriba (ancora non del tutto estinta) tra Francia, Italia, Spagna e Inghilterra, questa razza canina oggi &#232; considerata di origine britannica, tanto che spesso ci si riferisce ad essa con il nome di pointer inglese. Di sicuro risale all'antichit&#224;, ma il dubbio riguarda il riconoscere quali allevatori siano stati pi&#249; influenti sul suo sviluppo attuale.Al di la delle questioni di discendenza, il pointer &#232; sempre stato un ottimo cane da caccia (per cui ha un istinto innato) e da compagnia, e mostra ancora oggi a pieno queste caratteristiche, rivelandosi anche utilissimo per la ricerca del tartufo. Il nome stesso deriva dalla sua capacit&#224; di puntare la preda: da "to point", in lingua inglese.Di taglia media, forte, fedele e resistente, con una struttura possente ma allo stesso tempo elegante, il pointer si rivela molto versatile in diverse situazioni. Il pelo di un pointer si presenta liscio e raso, con una buona variet&#224; di colori: bianco, nero, arancio, rosso e marrone. Il muso &#232; allungato e il naso grande e umido presenta narici aperte per mezzo delle quali il pointer si rivela un ottimo fiutatore, dall'olfatto finissimo, dote indispensabile per un cacciatore di tartufi. Per capire quanto &#232; potente questa sua dote, basta pensare che a volte viene chiamato Re del Vento, proprio in virt&#249; dell'olfatto prodigioso, e del suo modo caratteristico di rimanere immobile per sfruttare le correnti e fiutare la preda (che sia tartufo o selvaggina).Oltre all'olfatto, ci&#242; che lo rende un eccellente cane da ferma &#232; l'innata capacit&#224; di ricercare (che con l'addestramento pu&#242; essere deviata verso la cerca del tartufo piuttosto che la caccia alla selvaggina) e raggiungere la preda; &#232; infatti anche un galoppatore velocissimo e impetuoso. Purtroppo, per il cacciatore di tartufi, questo spesso si rivela un ostacolo, perch&#233; limitare il desiderio naturale di questo cane alla corsa pu&#242; avvenire solo per mezzo di un ottimo addestramento. A prescindere, avr&#224; sempre bisogno di molta attivit&#224; fisica e di muoversi per sfogarsi.Data la facilit&#224; con cui si lega al padrone e il carattere in genere docile e vivace, spesso viene anche preso come animale domestico. Il pointer inglese &#232; ormai diffusissimo e si pu&#242; trovare in numerosi allevamenti, anche al di fuori dell'Inghilterra.</description>
   <categorie>Cani da Tartufo</categorie>
   <pubDate>Wed, 02 Jan 2019 00:00:00 UTC</pubDate>
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